Anchor Christmas 2009, “IL” Natale

Il mio Natale birrario è stato innanzitutto (e soprattutto) Anchor Christmas (bottiglia dell’annata 2009): un tassello intangibile della mistica della birra, non della storia, ma della mistica, che rende questo “mondo” ancora un po’ più “speciale”. La tradizione di questa birra nasce nel 1975 (lo stesso anno della prima cotta della Oldfoghorn ale e lo stesso anno della prima commercializzazione della Liberty Ale), 10 anni dopo che Fritz Maytag aveva riaperto i battenti della Anchor Brewing di San Francisco, risollevandola dal rischio di chiusura. Da allora ogni anno la Anchor Christmas arriva sugli scaffali di vendita ai primi di novembre, e ci resta fino alla metà gennaio; poi sparisce (ammesso che ne sia rimasta qualcuna in giro), e ritorna puntuale l’anno successivo, con una nuova label sulla quale è raffigurato un nuovo albero, e con una nuova “variante” della ricetta, segretissima (dicono che la conoscono, alla Anchor, solo in due). E’ la birra con la quale i birrai vogliono celebrare la novità della vita, “incarnata” ogni anno nella figura di un albero diverso; da sempre, infatti, nella storia dell’umanità, gli alberi sono stati uno dei simboli archetipi del solstizio d’inverno, quando la terra, con le sue stagioni, sembra rinascere. La Anchor Christmas di quest’anno riportava sulla label la figura maestosa del pino bristlecone, albero dalla lentissima crescita e dalla lunghissima vita (vivono più di 4.000 anni); quella del 2009, quella che ho bevuto io, invece portava in effige la figura del Cupressus Macrocarpa, originario della California (ma si può trovare anche in Italia), albero la cui longevità (ci sono alcuni esemplari vecchi più di 2000 anni) è risaputa.
Una birra viva, vivissima, la Anchor Christmas 2009, una winter warmer (anche se loro la definiscono come la Our Special ale) che ho trovato ancora freschissima dopo già tre anni di bottiglia, una birra piena di segreti, uno scrigno. La Anchor da sempre non ne dichiara gli ingredienti, tenendo segreti numero e quantità di malti e luppoli usati, mantenendo inalterato nel tempo solo l’abv di questa birra (5,5% vol.). Una birra che è un capolavoro per complessità, eleganza, sostenibilità: una birra che gioca le sue carte migliori sfoggiando una grande complessità di malti, e anche l’apparente latenza della componente luppolata non è da leggersi come un’assenza, perché non lascia nessun posto vuoto. Il colore è un marrone mogano, molto profondo, relativamente opalescente, la schiuma è ancora enorme, compatta, cremosa, con pochissime bolle, sorprendentemente ricca e poco evanescente. Il profumo è opulento: prugne rosse mature, molte note “vinose”, con una bella variante di frutta rossa sotto spirito (ciliegie), relativamente defilata una leggera nota resinosa, data quasi sicuramente dall’uso levigato dei luppoli. In bocca “esplode”: speziatura discreta, maltatura sanguigna, grande ricchezza di note fruttate, un asprigno non timido che fa capolino qua e là, alcune note rustiche e polverose di caffè nel finale. Lascia una sensazione di grande morbidezza: il palato rimane vellutato (non felpato) e l’amaro luppolato emerge molto molto dopo, sui lati della lingua, che viene sollecitata solo molto dopo la fine della beva, segno di una grande persistenza e di una spettacolare evoluzione. Grande corpo, grande sostanza, sostenibilità accentuata, ricchezza progettata a tavolino e “animata” nel bollitore, per una birra che non dimostra sicuramente il 5,5% di abv dichiarato: bisogna essere molto, molto bravi per declinare in così pochi gradi alcolici tutto questo ben di dio. Però finisce. Un colpo grosso essere riuscito ad acchiapparla, un colpo basso averne potuto prendere solo una. Assaggiata in bottiglia da 0,355 cl.; alc. 5,5% vol.; © Alberto Laschi.

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