Brewdog, avvocati e birre

Brewdog: è un po’ che non ne parlo, ma non è che se ne stanno con le mani in mano, loro. Un po’ per merito di iniziative proprie, un po’ “grazie” alle iniziative che altri hanno intrapreso “contro” di loro. E poi ho assaggiato alcune loro birre.
Andiamo con ordine: innanzitutto, comunque la si pensi nei confronti di iniziative commercial/finanziarie di questo tipo, è ufficiale che l’ultima tranche del progetto Equity for Punks è stata, per loro, un successo: hanno venduto tutti i pacchetti di azioni messi sul mercato, aggiungendo 6.000 nuovi azionisti al loro progetto. Questa è la faccia migliore della medaglia, quella invece un po’ meno positiva è rappresentata da una citazione in giudizio che gli scozzesi di Fraserburgh si sono beccati dal colosso AB Inbev. Un po’ se l’erano cercata, diciamo: era solo una questione di tempo, ma prima o poi qualcosa doveva arrivare, a forza di “provocare”. Sono stati i Brewdog stessi, nel video di fine anno postato sul proprio blog, a dare la notizia, senza dilungarsi troppo, a dirla tutta, sui particolari. Quelli di Ab Inbev, detentori dei marchi Beck’s e Stella Artois, la scorsa estate si sono “arrabbiati” per l’uso “improprio” che James Watt aveva fatto, durante uno dei loro tanti video provocatori, di alcune bottiglie di queste birre. In effetti, vedersele sbriciolare (assieme ad alcune bottiglie di Tennents e Carlsberg) a colpi di mazza da golf per decretarne la sconfitta  nei confronti della trionfante Punk IPA non poteva essere proprio il massimo, per quelli di AB Inbev, che, appunto, hanno fatto ricorso alle vie legali. Lavoro per gli avvocati, dunque, mentre in birrificio gli scozzesi hanno continuato a darsi comunque da fare. Nello scorso dicembre sono state messe in commercio 6500 bottiglie da 0,375 della Abstract AB:08, la nuova birra di questa serie a tiratura limitata di Brewdog. E’ una stout bionda (!), provocatoria, come nel loro stile, buttata lì come sbeffeggiante pesce d’Aprile nello scorso 2011 dalla strana coppia Greg Koch/Steve Martin, ma che poi si è trasformata in realtà. 11% vol., avena, bastoncini di liquirizia, trucioli di quercia tostata, cacao, chicchi di caffè in maturazione (per conferire sapore, ma non colore), malto affumicato (poco), assieme ad una preponderante “base” di malti pallidi. Una birra “schizofrenica”, dicono loro, “destrutturata”: non l’hanno assaggiata ancora in molti, ma quelli che l’hanno fatto non sembrano essere rimasti delusi.
Come non sono rimasto deluso, io, della loro Hardcore Ipa: non particolarmente entusiasta, ma effettivamente non troppo deluso. E’ la birra che rivendica la paternità, assieme alla I beat You di Mikeller, della I Hardcore You, la imperial/double ipa brassata a quattro mani negli stabilimenti scozzesi. E’ una tosta (9,2% vol.) imperial ipa, dall’ IBU imponente (150, dicono loro, ma si sa, che dopo i 100 …) per la quale si è usata una miscela di malti/luppoli fatta di  Maris Otter, Crystal, Caramalt, Centennial, Columbus, Simcoe, oltre a 9900000000 cellule di lievito fermentato (le hanno contate una ad una ….). Secondo loro, quando l’hanno commercializzata per la prima volta, era la birra più amara del Regno Unito. Ed in effetti è una bella pigna, ma più per una imponente tessitura maltata che per una luppolatura esacerbata. Non perfettamente riuscito il mix fra luppoli e malti, questi ultimi moltiplicatori della componente fruttata dei luppoli usati, che lasciano un’impronta esotico/resinosa meno massiva di quanto uno si aspettasse (e un pochino stucchevole). Corpulenta, a tratti quasi viscosa, di un colore ambrato profondo, satura velocemente, soddisfa relativamente, dura però, in bocca, lungamente. Il finale è, in effetti, la parte migliore di questa birra, che, con il senno di poi, dà il meglio di sé, paradossalmente, nel mix con la birra di Mikkeller: la I Hardcore You le è superiore, per armonia, equilibrio, durevolezza. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 9,2% vol.; © Alberto Laschi

La serie di assaggi/Brewdog è proseguita con la versione in bottiglia della Hops Kill Nazis, che avevo già assaggiato, nella sua versione on draft all’Open di Roma; continua a non convincermi più di tanto. Una rotondità pastosa, una caramello esagerato che anestetizza quasi completamente la pur ricca componente luppolata, una bevuta che stanca. Davvero non un gran che, nemmeno in bottiglia. E poi la “storia”: mi era rimasta una bottiglia della Atlantic IPA, conservata come un oracolo e abbiamo deciso di testarla assieme ad alcuni amici dopo quasi tre anni dal suo rilascio sul mercato. Ha retto bene, nella sostanza, ma ha perso quasi del tutto la componente dello iodio/salmastro (legata al modo particolarissimo con il quale era stata “trattata”) che tanto me l’aveva fatta apprezzare. E’ rimasta integra la sola armatura maltata, che la rende ancora robusta, e leggermente affumicata. Tanta schiuma, ancora, una carbonazione davvero spinta, e una leggera deriva erbacea, ultima reminescenza, penso, della grande luppolatura di partenza. Peccato, speravo ancora di poter avvertire lo stesso “aroma” del Porto di Livorno.

4 Responses to “Brewdog, avvocati e birre”

  1. Alberto Laschi

    così “dichiarano” loro
    I brewdog sono i Brewdog ….

  2. INDASTRIA

    beh i chips di oak sono una cosa alquanto normale nella birra.

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