Una birra a testa

E per finire la settimana danese di Inbirrerya, tre birre di quelle parti, o meglio, tre birre che gente di quelle parti hanno fatto non necessariamente da quelle parti, tanto per non perdere il “trend” di questa settimana.

La prima è la Evil Twin Bikini Beer, una danese fatta in Norvegia, assieme a quel Mike Murphy (attuale head brewer di Lervig) che in Italia conosciamo molto bene e che a Roma ricordano benissimo e, soprattutto, con grande piacere. La prima birra brassata da Mike per Jeppe, dopo averne fatte altre due per la Kissmeyer, altro progetto danese di birrificio “fantasma”. Su Ratebeer l’hanno classificata come una birra low alchool, sulla label invece si vede stampiglaito un esplicito indian pale ale: nessuno dei due ha torto, è un’ ‘ipa a bassa, meglio, bassissima gradazione. Per farla star su, con il suo smodatamente basso tenore alcolico, l’hanno dovuta pompare di luppoli, quelli ormai classici da ipa. Molto intrigante al naso, decisamente frizzante in bocca, risulta un po’ slegata la palato. Arriva per prima la parte acquosa della birra, poi il luppolo arrogante, che però c’entra un po’ poco con il “prima”. E’ come se ci fossero due ondate, in rapida successione, con la seconda che travolge i resti della prima, azzerandone la presenza. La sete la toglie, e il fatto che le manca il più (l’acol) ti p0trebbe anche portare ad approfittarne; c’è sicuramente molto di peggio in giro, ma sembra un po’ troppo un esercizio (ancora parziale) di stile. Raccordare le due fasi è altamente raccomandabile: il saperle/poterle raccordare potrebbe dar vita ad un risultato finale decisamente apprezzabile e desiderabile, cioè il berla solo per poterla ribere, a più non posso. Non ci siamo lontanissimi, ma un po’ di lavoro c’è ancora da fare. Molto vicina, nel risultato finale alla Nanny State  di Brewdog (anch’essa non convincentissima), mentre l’talianissima Dui e Mes di Pausa Cafè le sta un gradino sopra.

La seconda, la Beer Here Black Cat è la “solita” birra pluridefinibile: black india pale ale, cascadian dark ale, hoppy dark ale, brassata, in questo caso, in Danimarca, ma non dalla “solita” Fanø, bensì dalla Søgaards Brygus di Aalborg, un birrificio che brassa per sè e per conto terzi (Beer Here qui ci fa fare la bellezza di una ventina di sue birre).   Tre nomi, comunque, che non ne cambiano la sostanza: è birra appartenente a quel segmento, abbastanza in voga negliultimi tempi, delle ipa scure, tanto per intendersi. Senza stare a scomodare la Stone Sublimely Self Righteous Ale, la miglior black ipa al mondo secondo quelli di Ratebeer, la Black Cat di Christian Skovdal Andersen è un bel po’ di passi indietro anche alla “cugina” (di birrificio) Dark Hops; e non solo per la differenza nella gradazione alcolica (8,5° la Dark, 4,7° la Black). In questo caso, l’abbassamento di vol. alc. non è stato sufficientemente compensato da un lavoro “migliore” del luppolo, che non riesce del tutto a sterzarla dal pericoloso territorio delle porter luppolate, lo spauracchio (in negativo) di chi si cimenta nel brassare birre di questa tipologia. La Black Cat, infatti, è più simile ad una porter amaricata (col solo nelson sauvin, fra l’altro) che ad una caratterizzata cascadian dark ale: le viene meno la personalità, la consistenza, la resinosità obscura. Scivola via un po’ troppo impunemente, lasciando troppo malto alle spalle e un luppolo “pesante”, quasi indigesto, che porta con sé un peso specifico relativamente opprimente. La labile frizzantezza non aiuta la beva, che pure era stata ben preparata da un’ aroma ben costruito, elegante e decisamente esotico. E’ birra che “graffia” poco, troppo rotonda e “seduta” per lasciare il segno. Meglio i due Hops in Black che il gatto nero danese, alla grande.
E alla fine non poteva mancare una birra di Mikkeller, la Mikkeller Beer Geek Brunch Waesel, una delle tante imperial stout della incasinatissima “serie” delle Beer Geek, fatta di  Brunch e di Breakfast , con un “imperial” di mezzo che differenzia una serie dall’altra. Questa ha la sua “paternità” in quel di Grimstad, negli stabilimenti della Nøgne Ø, che ne brassa, da sola, ben 10 di Beer Geek (in tutto, attualmente, sono 22). La Waesel è una delle più pregiate, dal momento che per essa si usa il caffè vietnamita Ca Pe Chon, consosciuto anche come waesel coffe (il caffè della donnola, commercializzato dalla Trung Nguyen). I chicchi di questo caffè vengono fatti mangiare dalle donnole e poi vengono “ripescati” dalle loro feci: il sistema digestivo di questo animale conferisce ai chicchi di questo caffè qualcosa di misteriosamente “buono”, migliorandone tantissimo la qualità, tanto da renderlo uno dei caffè più pregiati al mondo. Una delle birre “storiche” di Mikkeller (la prima recensione su Ratebeer è del marzo del 2009), che ho bevuto otto mesi dopo la sua data di scadenza. Una birra importante, meglio, “imponente”: una vera e propria prova di forza sia da parte di chi l’ha prodotta che da parte di chi l’ha bevuta. Non scende a nessun tipo di compromesso: ti assale da subito con l’aspetto, nera che l’olio usato del motore sembra biondo, con la schiuma ancora copiosamente e riccamente viva, con l’aroma, massiccio di alcool, caffè, malti tostati, liquirizia, cioccolata “cioccolatosa” e un che di terroso. Nello sversarla sembra quasi solida, in bocca è spessa, cremosa, aggressiva. Ma non asfalta. Devo dire che temevo il peggio, ma alla fine si è rivelata molto meno “ignorante” di quello che temevo. E’ birra adatta per chi ama il caffè: ce n’è tanto, qui, è un vero e proprio razzo alimentato a caffeina. E’ tosta, tostata, con il tanto alcool (10,9% vol.) che si propaga e riscalda, dalla leggera (ma diffusa) sensazione si sapidità, con una frizzantezza (per fortuna) decisa che le permette di non incollarsi pericolosamente a lingua e palato. Non finisce mai, dotata quasi di vita propria si distende in bocca e la allaga, rimanendoci a lungo. Una prova produttiva oggettivamente importante, con quelli di Nøgne Ø che non hanno recitato certo la parte dei comprimari, lasciandovi la propria impronta. Parola d’ordine finale (ma anche iniziale): condividerla, assolutamente. I suoi 0,50 cl. sono davvero tanti per estinguerli da soli.

 

4 Responses to “Una birra a testa”

  1. Birranordovest

    Solo per completezza, la caratteristica del kopi luwak/weasel coffee é anche data dal fatto che sono le bestiole a cogliere le bacche scegliendo quelle piú mature, questo oltre alla degradazione di alcun proteine nelle viscere della piccola fiera dà il caffé piú costoso e pregiato al mondo, il “…vengono fatti mangiare…” puó risultare un poco fuorviante
    Scusa la pignoleria

  2. Alberto Laschi

    Ci mancherebbe, c’è sempre da imparare. Quel “vengono fatte mangiare” l’ho scritto citando una fonte che a me sembrava più che attendibile. Visto che sei così esperto, forse mi potrai togoliere un dubbio: ma il caffè Ca Pe Chon che Mikkeller dice di aver impiegato è, per caso, il “famoso” Kopi Luwak sotto altro nome? O sono due modalità simili per ottenere lo stesso caffè messe in atto in due zone geografiche diverse? Questo perchè, se non ho capito male, il Ca pe chon è vietnamita, il kopi Luwak invece viene dall’isola di Sumatra. Grazie

  3. INDASTRIA

    La bikini beer l’ho trovata davvero deludente. Se posso fare un paragone la drinkin’ in the sun della mikkeller (bira che adoro) è lontana anni luce.

    La black cat l’ho assaggiata tanto tanto tempo fa e all’epoca mi sembrò una BIPA corretta, non così tarata verso le stout.

    Suklla weasel c’è poco da dire, una delle migliori birre al mondo 😀

  4. Alberto Laschi

    Concordo pienamente sulla imperial di Mikkeller: una birra “mostruosamente” ben fatta

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