Italians do it bi(e)tter

E’ uno dei capisaldi della tradizione brassicola anglosassone, suscita ricordi e rimpianti plurimi, è indissolubilmente legata al concetto di pinta, è l’amaro che invoglia. Le Bitter ales, che “come le facevano una volta” non le fanno più, o quasi, non solo in Inghilterra; ma mai dire mai. Si racconta in giro di nuovi e giovani birrai inglesi che c’hanno “ripreso la mano” nel farle come devono essere fatte (e come lo erano fatte); e anche di italiani che ci hanno saputo e ci sanno fare. E’ il caso di  Pietro di Pilato del Brewfist e di Lorenzo Guarino del Birrificio Rurale. A loro il mio personale premio (assieme alla coppia Carilli/Allo di Toccalmatto, ora “scissa”) di miglior birrai “inglesi” in Italia, almeno per quanto riguarda la sezione bitter.

Il CAMRA, quelli del Brewfist, li dovrebbe tenere davvero d’occhio: una premium bitter come la Jale di Codogno, soprattutto se spillata a pompa (come è capitato a me) è davvero un’ottima re-incarnazione del concetto di Real Ale, una di quelle tipologie birrarie più amate e più “protette” da quelli del CAMRA, appunto. Un anno e mezzo appena di vita, e già cinque birre, una migliore dell’altra, tutte sempre a posto, tutte molto curate, tutte molto apprezzate, in giro, anche per il loro correttissimo rapporto qualità/prezzo (uno dei pochissimi birrifici italiani che ce l’ha fatta). La Jale era quella che mi mancava, dopo aver già assaggiato 24K, Fear, Space Man, Burocracy, e come, per me, la Burocracy  la si può considerare una delle migliori (se non la migliore) ipa italiana, così la Jale è, sempre per me, una delle migliori bitter delle nostre parti, al pari della Stray Dog di Toccalmatto e della Milady del Birrificio Rurale. Una birra pensata all’inglese, una birra brassata all’inglese (del resto, l’aver lavorato alla Fuller’s un po’ di imprinting l’avrà pure lasciato …), con una solida e armonica base maltata (Maris Otter, Crystal, Chocolate, Monaco) e un grande sfoggio di luppoli albionici (challenger, first gold, bramling cross, east kent golding), una birra da “spillare” all’inglese. Aggiungere CO2 la snaturerebbe, spillata a pompa racconta di banconi lucidi e affollati, di publicans attempati, di atmosfere retrò. L’ambrato doveroso e necessario, un (quasi insolito, per questo stile) cappello di schiuma compatto e cremoso, un naso non ricchissimo, ma caratterizzato più dal malto/caramello che dall’erbaceo/speziato. E’ in bocca che  da il meglio di sé: robusta, rotonda ma anche impegnativa, ruvida e un po’ scortese, poco accomodante. Se volevi l’amarezza, con la Jale, la trovi, a grandi dosi: un’amarezza asciutta e screziata, quasi solida, che pizzica a lungo lingua e palato, che si deposita sul fondo della lingua e, soprattutto, in testa. Te la ricordi a lungo, perché l’amaro, fisicamente, ci mette tanto a mollare; e te la ricordi con gusto e con piacere, perché ti sei (ri)trovato di fronte ad un pezzetto della vecchia Inghilterra, una volta popolata di birre così ben fatte, e ad un pezzetto della tradizione birraria che appartiene, per fortuna, non solo a quel popolo. Non voglio berla in bottiglia. Assaggiata spillata a pompa; alc. 5,6% vol. (IBU 40); © Alberto Laschi

Invece di “famola strana”, quelli del Rurale si son detti: “famola semplice”. Ed è saltata fuori la Milady che, come suggerisce il nome, tradisce elegantemente la sua origine inglese. E’ una premium bitter “semplice” ma assolutamente non “ordinaria”: è uno di quei pochi ma, per fortuna, non pochissimi, indispensabili casi nei quali la semplicità assume la caratteristica di pregio e non di difetto. Certo, è birra che non regalerà sensazioni spettacolari agli amanti delle birre strutturate  o “ricercate”, ma è birra che, invece, regalerà la sensazione “definitiva” di beverinità e semplicità; una bitter ale spostata quasi totalmente nel territorio delle session beers. È ambrata, è “profumata” (non tanto di malto quanto di luppolo erbaceo), ha una bella schiuma, sufficientemente compatta e, soprattutto, regala tanto al palato. Il Maris Otter impiegato le regala una delicata dolcezza e morbidezza, che costituisce la piattaforma dalla quale poi si stacca tutta la bella e ricca componente luppolata, molto, molto british. Luppolata senza esagerare (molto meno strong bitter di quanto la classificazione ufficiale recita), con un floreale che fa capolino nella parte finale della bevuta, mai noiosa o monocorde. E’ rotonda, il moderato grado alcolico (5,5% abv) incrementa ulteriormente questo aspetto piacevolmente beverina, una frizzantezza mai invasiva la ripulisce e la vivacizza quanto basta. Il sito del Rurale, nel descriverla, mette sull’avviso: il carattere sinuoso e insinuante di questa birra “può stregare e creare dipendenza”. E’ vero: con me ce l’ha fatta. Indovinatissimo il formato da 0,50 cl.; 0,33 sarebbero stati davvero troppo pochi. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc. 5,5% vol.; © Alberto Laschi

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