Old Antonia, Los Angeles e peperoncini

Un po’ di news made in USA, la prima delle quali riguarda un birrificio di casa nostra.

E’ apparsa ngli States la label della Old Antonia, la versione oak aged della My Atonia, la imperial pilsnser brassata in collaborazione fra Birra del Borgo e Dogfish Head. La nuova “veste” di questa birra, disponibile solo in fusto, ha fatto il suo ingresso in società sull’ormai leggendaria nave della scorsa edizione di Un mare di birra. Dalla label si evince con chiarezza in quali  botti la birra è stata lascita invecchiare (quelle della francese Domaine Dupont Calvados), per quanto tempo c’è rimasta  (un anno) e la sua gradazione alcolica (11,2% abv.). Un paio di domande però sorgono spontanee. La prima è legata alla gradazione stessa: la Old Antonia ha 11,2% vol. alc., la versione “base” ne ha invece “solo” 7,5% vol. alc.  La seconda è legata alla tipologia: la nuova label che l’accompagna reca stampigliata uno “strano” IPA, e anche Ratebeer, parlandone, la descrive come una double Ipa. Oltre che invecchiata, si è anche trasformata?

Southern Tier: due nuove birre, nel formato 0,33, sono state da pochissimo rilasciate dalla brewewry di Lakewood: la prima è la 2x Milk Stout, una double milk stout con 8% abv, brassata con lattosio, tre diversi tipi di malto e 4 luppoli diversi; la seconda è la Eurotrash Pilz, una pilsner da 5% abv.

Anchor Brewing inaugura una nuova serie di birre, contrassegnata dal neologismo Zymaster, che, nelle intenzioni della ditta dovrebbe contraddistinguere i frutti del lavoro del vero mastro birraio, quello capace di fare tutto, dalla a alla z nel processo di creazione/lavorazione di una nuova birra. La prima a uscire sul mercato sarà, nella prima settimana di febbraio, una lager come quelle che “facevano una volta”. Sono andati a ripescare una ricetta della Boca Brewing, che nel 1876, sfruttando la disponibilità di ghiaccio che proveniva dalle montagne vicino a Truckee, brassò la prima lager americana.
Magic Hat: ne avevamo parlato poco tempo fa, di come Jim Kock fondatore e proprietario di The Boston Beer Company, avesse proposto ad  Alan Newman di rimettersi in gioco, dopo aver dato vita nel 1994 alla Magic Hat Brewing di South Bourlington (ceduta nel 2010 alla Nord Breweries di Rochester), e di come gli avesse dato carta bianca, nel nominarlo “plenipotenziario” del progetto Alchemy & Science. Lo scopo era (ed è) sviluppare nuove idee per nuove birre artigianali, attraverso le opzioni più varie: acquisizioni di fabbriche di birra più piccole, produzione di nuove birre con nuove ricette utilizzando gli impianti di Samuel Adams, creazione di un nuovo birrificio da zero. Era il 28 ottobre scorso, e non sono certo rimasti con le mani in mano: è notizia di pochi giorni fa dell’acquisizione da parte di Magic Hat (e quindi di Boston Beer) della Angel City Brewing Company di Los Angeles, ri-aperta nel 2004 (era stata inaugurata nel 1988) da Michael Bowe, uno degli homebrewer più conosciuti della California. Strategica la scelta di Alan Newmann: Los Angeles, a suo parere, è città ormai matura per un vero e proprio boom legato alla birra artigianale e la Angel City Brewing, un po’ con il fiato corto ultimamente, sembra essere il trampolino di lancio ideale per tuffarsi in questo mercato con grandi potenzialità di crescita. Questo perché il presente non basta a nessuno, ma non tutti sanno leggerlo proiettandolo sul futuro. Alan Newmann sembra essere uno di quelli (anche perché ha comunque le spalle ben coperte da quelli di Boston …)
Twisted Pine Brewing Company, di Boulder in Colorado: l’ultima follia produttiva, in ordine di tempo, made in USA. Twisted Pine Ghost Face Killah: è il nome della birra più piccante al mondo (secondo loro), brassata, a sentire Bob Paile, proprietario del birrificio, per accontentare le continue, pressanti (a suo dire) richieste dei proprio clienti, che volevano more chili e more warm nelle loro birre. Alla fine li hanno accontentati, mettendo in una loro loro birra/base di frumento sei diversi tipi di peperoncini: Anaheim, Fresno, jalapeño, serrano, habanero, bhut jolokia (il pepe “fantasma”). L’avevano già brassata una prima volta nel maggio dello scorso anno: adesso ci hanno riprovato, con alcuni aggiustamenti. Chi si è provato a berla ha aparlato di un vero e proprio “fuoco liquido”, che incendia lingua e palato, con il calore della bevuta che rimane per più di un minuto fra testa, ligua, palato, esofago. IBU stratosfericamente basso (soli 10) con i luppoli (Willamette e Northern Brewer) che proprio non ce la fanno a sterzare questa birra, che appare davvero demenziale fin dalla sua progettazione. Ma hanno dovuto ri-brassarla alla svelta e in grande quantità: prima la si poteva trovare solo in Colorado, adesso, in seguito alle pressanti richieste del “mercato” la si può trovare già in altri sette stati americani. Il “famole strane”, a quanto pare, va sempre di moda.

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3 Responses to “Old Antonia, Los Angeles e peperoncini”

  1. INDASTRIA

    L’old antonia l’avrei preferita in botti nuove. Non mi piace il calvados anche se credo sicuramente sarà buona.

    sulle birre “piccanti” io ho sempre dubbi: l’alcol dovrebbe spegnere qualsiasi bollore della capsaicina

  2. Alberto Laschi

    Ma si sarà davvero “trasformata” in un’altra tipologia birraria come viene descritto sulla label?

  3. paolo

    la old antonya provata al Festival di Castellalto… OTTIMA!

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