Ha scelto un ospedale del Nord Est dell’Inghilterra per preannunciarlo, David Cameron primo ministro inglese: sto parlando del piano che il governo da lui presieduto si appresta a varare, finalizzato a limitare il più possibile il consumo di birra, sidro, vino e superalcolici. Ha dichiarato, Cameron, una vera e propria guerra ai drunk tanks d’Oltremanica, e la scelta del luogo e dell’occasione per questa dichiarazione non è stata assolutamente casuale. Dai 17 ai 22 miliardi di sterline ogni anno: questo è il costo stimato del fenomeno
dell’alcolismo, soldi che escono dalle tasche dei contribuenti. Di questi, quasi 3 miliardi di sterline sono a carico del sistema sanitario nazionale, che nel 2011 ha dovuto fronteggiare l’assalto di 200.000 ricoveri ospedalieri (il 40% in più rispetto, per esempio, al 2003), “determinati dall’abuso di alcolici o da effetti direttamente riconducibili ad esso”. Per arrivare al computo totale di 17-22 miliardi ci sono da aggiungere, ricorda sempre Cameron, tutti i costi “indiretti” indotti dall’alcolismo: incidenti stradali provocati da ubriachi, sussidi di disoccupazione per quegli alcolisti espulsi dal mercato del lavoro, agenti e mezzi di polizia dispiegati in maniera massiccia nei weekend per contenere gli effetti perversi del binge drinking, spese per il personale di pulizia delle strade, dell’arredo urbano e dei locali pubblici dopo gli eccessi di chi alza troppo il gomito. Cifre impressionanti, quelle citate da Cameron e riportate su molti quotidiani inglesi, numeri effettivamente preoccupanti, come quelli che quantificano in 1,6 milioni le persone che nel Regno Unito sono attualmente alcool-dipendenti e hanno pesanti problemi alcool correlati.
Una volta preso atto dei numeri, si deve però passare “politicamente” alla fase 2: se questo è il problema, si è detto Cameron, dobbiamo affrontarlo, in qualche modo, cercando di non penalizzare troppo il comparto (che porta dei bei soldini nelle casse statali attraverso le pesanti accise) e, nel contempo, dando una vigorosa “sterzata” a comportamenti sociali così devianti e anche così onerosi dal punto di vista economico. Già qualcosa aveva fatto, come ho ricordato ieri, introducendo una forma progressiva di tassazione sulla produzione birraria, che favorisce quelli che producono “poco” (fra i 5.000 e i 30.000 hl. di birra l’anno). La seconda mossa è stata fatta “dal mercato”, più che dal Governo: dal momento che la tassazione della birra dipende dalla gradazione alcolica della birra stessa, i big dell’industria birraria (Carlsberg , Stella Artois, Budweiser, Beck e Cobra) hanno da alcuni mesi abbassato il contenuto alcolico delle proprie birre dal 5% vol. al 4,8%, che sembra poco, ma che se moltiplicato per milioni di pinte … Questo per pagare meno accise e anche risparmiare sui costi di produzione: birre meno alcoliche, minori costi di produzione. C’è poi una nuovissima tendenza, quella di produrre birre
(anche da parte dei micro) dal bassissimo contenuto alcolico (2,8% vol.), che nel 2010 ha rappresentato l’1% del mercato, ma che sembra avere forti prospettive di crescita. Il rischio è, però, che il consumatore, invogliato dal costo minore e dalla minore gradazione alcolica, sia portato ad acquistarne e berne anche di più, di birra: e 3 litri (ad esempio) di birra da 2,8% non penso che facciano meno male di 2 o 3 pinte di strong beers.
La mossa “definitiva” che ha in serbo Cameron potrebbe arrivare dalla Scozia, dove Nicola Sturgeon, Ministro della Salute, avrebbe in animo di innalzare di 45 pence (55 centesimi) il costo obbligatorio fisso per ogni punto percentuale di gradazione, e questo per birra, vino, sidro, superalcolici. Cameron sta pensando di arrivare a 50 pence su ogni grado alcolico, ma il suo ministro della Sanità, Anne Milton, lo ha un po’ “stoppato”, ponendo un dubbio sulla liceità di questa tassazione, che contrasterebbe con la normativa europea sul libero scambio delle merci. Accanto a questo ennesimo aggravio fiscale sulla pinta (che sulle 3 £ di costo medio ne vede già sparire 1 £ in accise), Cameron richiederebbe, nei fatti, una maggiore collaborazione da parte dei gruppi birrari, affinchè il “bere responsabile” diventi una realtà e non solo uno slogan.
Staremo a vedere se queste ulteriori mosse, sempre che siano legittime, sortiranno gli effetti desiderati; ma resto sempre dell’idea che il problema non si risolve con la sola recrudescenza del prelievo fiscale. E’ sempre, e comunque, un fatto di cultura. Ma qui, di soldi, ne girano ancora molti ….
[...] produttori e i rivenditori inglesi di alcolici, che hanno già alzato, fortemente, la propria voce. Il problema ormai è noto, ne ho già parlato in passato: l’abuso di alcool, in UK, “non è una questione da poco”, dice Cameron, “drena risorse [...]