Le declinazioni della saison

Lo so che non è ancora stagione, ma l’occasione per bersi comunque una saison è difficile (per me) da farsi scappare; per l’appunto me ne sono capitate due sottomano, “in sequenza”, e ho colto l’occasione per degustarle in parallelo. Entrambe declinano, a loro modo, un unico, semplice, splendido, storico stile birrario, quello delle saison, nato nella parte francofona del Belgio, super-visitato da una miriade di produttori. Perché se sei uno bravo, non può mancare, nel tuo portfolio birrario, una saison fatta bene. Non so se è facile o difficile da brassare, una birra di questo stile; so per certo che questi tre di seguito (una delle due birre è il risultato della collaborazione fra due birrai) ci hanno saputo fare, nello specifico, perché è gente che ci sa fare in generale, nel proprio mestiere.

 

Anche se, devo dire la verità, lo storico birrificio Friart (1873 è la data nella quale la famiglia Friart ha ricominciato a brassare le birre “targate” St. Feuillien dopo che l’omonima abbazia di Roeulx era stata rasa al suolo dagli effetti secondari della Rivoluzione Francese) è da un po’ che non mi convinceva fino in fondo, con le birre della loro classica gamma, ultimamente più grossolane di quanto mi ricordassi. La loro ultima creazione, invece, la Saison, li ha riportati dove dovevano stare, e cioè nel novero di quei birrifici storici del Belgio che ancora sono capaci di brassare secondo scienza e coscienza (storica). Fin da quando è uscita sul mercato, la loro Saison ha raccattato riconoscimenti internazionali a tutto andare: miglior saison al mondo per 2 anni di fila (2009 e 2010) al World Beer Award londinese, medaglia di bronzo all’Australian Beer Awards di quest’anno, medaglia d’argento all’ Us Open Beer Championship, sempre di quest’anno. 6,5% di abv, 26 gli IBU dichiarati (anche se mi sembra molto più amareggiante di quanto dichiarato), per questa birra “nervosa”, rustica come lo stile richiede, “aggressiva” quanto basta (e forse anche un capellino di più …). Ti leva la sete, ma ti brasa anche lingua e palato con la sua decisa frizzantezza e una carica luppolata per niente remissiva; bello e intenso il floreale/erbaceo che sprinta al naso, facendo alle corse con un lievito piccante e pizzichino; enorme, cremosa, persistente la schiuma che protegge e veicola a dovere. E’ birra che puoi solo bere, non la devi tracannare: non te lo permette, e se, comunque, lo facessi, ti perderesti il meglio. Fatte decantare frizzantezza e asprezza, la Saison della Friart regala anche un bel tessuto maltato, sprigiona al palato tutto l’erbaceo che solo il luppolo continentale è capace di regalare, rifinisce il tutto con una corsa finale paradigmatica. Basterebbe, per farle rasentare la perfezione, una limatina alla carbonazione, che intimorisce un po’ troppo. Assaggiata in bottiglia da 0,75 cl.; alc. 6,5% vol.; © Alberto Laschi

 

Di tutt’altro  tenore (e spessore) la 6son IPA della coppia Ricchiuti/Di Vincenzo, brassata la prima volta nell’impianto dell’abruzzese Opperbacco. Presentata al pubblico giusto giusto un anno fa, rappresenta, nelle intenzioni dei due valenti birrai “l’incontro tra le saison, tipico stile primaverile/estivo del Belgio, e le IPA, birre luppolate di stampo anglosassone”. Già Luigi Ricchiuti si era “divertito” a fare una birra risultante dalla contaminazione di due stili (la TriplIPA), ed essendogli venuta bene, ci ha riprovato, aiutato dal sempre più poliedrico Leonardo Di Vincenzo. Questa 6son IPA è davvero birra “doppia”, ma non per questo schizofrenica: è “scissa”, ma nella maniera “corretta”. Naso da saison e corpo da IPA (nella versione anglosassone dello stile), molto poco americaneggiante. Color aranciato, schiuma corposa, cremosa, “tanta” e durevole, aroma rustico di spezie e pepe, erbaceo quanto è dovuto, fruttato appena appena. In bocca inizialmente scivola via che è un piacere, poi subentra un luppolo fiammeggiante che ti costringe ad un immediato pit stop: la botta amaricante si propaga su lingua e fondo del palato, e lì resta, a lungo, erbacea, ruvida, ripulente. “Secca” è l’aggettivo che ti viene in mente quando la richiami alla memoria, amara, anche se non esacerbata, ma astringente sì. Che non è un difetto, in questo caso, perché non è oversize, anche se ne costituisce la caratteristica principale. Una birra che è una sintesi quasi perfetta fra i due stili. Quasi. Mezzo voto in più per la bella e particolare label. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 7,1% vol.; © Alberto Laschi

2 Responses to “Le declinazioni della saison”

  1. SR

    non per fare il rompiscatole, ma mi ricorda analoga frase letta qualche giorno fa altrove

    “versione anglosassone dello stile, molto poco americaneggiante”

    gli americani sono anglosassoni anche loro…

  2. Alberto Laschi

    E’ vero: non so perchè, ma mi viene in automatico pensare che questi due mondi abbiano origini/radici diverse (anche birrariamente parlando). Ma, di fatto, non è così.

Lascia un commento