Tre IPA (o forse quattro)

Lo so, c’è una specie di alluvione di ipa di questi tempi: a Rimini, al Premio di Unionbirrai, ne ho “testate” una quarantina e  anche a Milano, nello scorso fine settimana, fra i birrai partecipanti all’IBF  in molti si sono sbizzarriti (non sempre con risultati accettabili) a tradurre in maniera italica questo concetto birrario che italico non è. Non contento di tutto ciò ho tirato fuori qualcosa dagli  scaffali della mia cantina, e non ne sono rimasto deluso.

La prima alla quale ho fatto la festa è stata la  Founders Red’s Rye Ipa,un bel 99/100 di valutazione su Ratebeer e il primo posto nella speciale classifica delle birre classificate come specialty grain (la versione barricata e black della stessa birra vanno a formare il terzetto Founders fra le prime 25). Specialty grain perchè per questa ipa quelli di Gran Rapids usano, oltre a quattro varietà di malti caramello belgi, la segale. E’ una birra dalla grande struttura, che valida la non preponderante componente alcolica (6,6% vol.) e ammorbidisce (relativamente) la massiccia impronta luppolata derivata dall’abbondante uso di Amarillo.  Il bellissimo colore ambrato rende giustizia al nome della birra stessa, la matassa densa e cremosa di schiuma le regala solidità olfattiva, a cavallo fra le note piccanti e di pompelmo del luppolo, la dolce rotondità del caramello e la fragranza da cereale che le regala la segale. La perfezione (o quasi) dell’equilibrio questa birra la raggiunge in bocca, quando una carbonazione raffinata la palleggia con vivacità da una guancia all’altra e un gusto complesso e raffinato richiama l’applauso. Una birra a più dimensioni, con la trimurti malto/luppolo/segale che trova la sintesi nella sensazione finale (e definitiva) di rotondità/freschezza/croccantezza. La riberrei? Scoprendo dove poterla riacquistare, un pancale. Da poco la brewery l’ha resa disponibile anche in fusto: non ci voglio nemmeno pensare. Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl.; alc. 6,6% vol.; © Alberto Laschi

Rimango in America con la Sierra Nevada Torpedo Extra Ipa, la birra che porta il nome di un pesce e di un siluro: le torpedini infatti sono sia dei pesci elettrofori (che possono produrre delle scariche elettriche fino a  220 volts) sia dei proiettili esplosivi. Comune ad entrambi e l’etimologia: il nome infatti deriva dal latino torpere, che significa essere rigido, paralizzato. Ed in effetti questa ipa di Chico un po’ ti stramazza, “irrigidendo” le papille gustativa con una massiva carica luppolata (che tecnicamente è misurata in “soli” 65 ibu, ma che “fisicamente” sembrano molti di più). E’ la materializzazione in bottiglia di una ossessione, quella per i sapori luppolati che dalle parti  di Sierra Nevada confessano candidamente, messa in atto attraverso un dispositivo ad hoc, da loro brevettato e chiamato hop torpedo. Dentro questo siluro ci hanno buttato una gran quantità di luppoli in cono delle varietà magnum, crystal e citra, dandoci dentro di brutto. E’ tosta, è amara amara, di un amaro erbaceo, asciutto e tagliente, che azzera o quasi la percezione di qualsiasi altra cosa ci sia stata messa in questa birra. Dorata, provvista di una schiuma fine e non persistentissima e di una frizzantezza assordante, è riservata a palati allenati e a teste luppolate: il malto è solo per ripieno, il lievito è più che latente. Non è l’eleganza fatta birra (la Red’s Rye lo è molto di più), ha un sacco di muscoli e  un carattere quasi brutale: è tanta, senza comunque essere troppa. Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl.; alc. 7,2% vol.; © Alberto Laschi

 

E ora dall’altra parte del mondo, in Giappone, con due birre della Baird Brewing, che ha i piedi in oriente ma la testa sempre negli USA.  Due birre che metto insieme perchè le voglio “invertire”, attribuendo loro una classificazione diversa da quella dichiarata. Parlo della Teikoku Ipa e della Raising Sun Pale Ale: un‘ipa, la prima, che sembra una apa, e una apa, la seconda, molto più ipa che apa. E’ un giochetto che può anche assomigliare ad un sofisma o ad un eccesso di zelo, ma che la consistenza di entrambe le birre, secondo me, autorizza a fare. Naso semi-americano e corpo da english bitter per la Teikoku, che è birra davvero fresca e asciutta, scarsamente frizzante e “gentile” nell’approccio, maschia (come un’ipa dovrebbe essere) solo nel finale, quando riesce a rompere gli argini dell’amarezza. Molto meno timida e più caratterizzata la Raising Sun, che porta in dote una scarsa quantità di malti e una grande profusione di luppoli  altezzosi e fruttati. Pur avendo una minore gradazione alcolica (6% abv per la Teikoku, 5,1% abv per la Raising), la seconda è molto più presente a se stessa (e a chi la beve) della prima, denunciando maggiore imprinting e persistenza più coraggiosa. Poi sono tutte e due ben fatte, con un tocco di eleganza gentile che è un po’ il marchio di fabbrica di questo birriifcio del Sol Levante. Ma a volte è necessario un po’ di coraggio in più, produttivamente parlando. Per questo molto meglio (e molto più ipa) il Sorgere del sole rispetto all‘Impero, più chiusa e molto meno ipa di quanto avrebbe dovuto essere. Assaggiate entrambe in bottiglia da 0,33 cl.; © Alberto Laschi

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