Anch’io ho festeggiato San Patrizio

Anch’io, lo scorso fine settimana, ho “festeggiato” San Patrizio. Che non è irlandese, ma inglese di nascita (sarebbe nato nell’attuale Cumbria); che non cacciò i serpenti dall’Irlanda (nella quale non ci sono stati serpenti da dopo l’ultima glaciazione); il cui colore “preferito” non era il verde ma il blu; che non è l’unico patrono dell’Irlanda (gli fanno compagnia san Columba di Iona e santa Brigida d’Irlanda) e che è nato lo stesso giorno del Trap (o viceversa?). L’ho comunque festeggiato (a Greve, alla Birroteca degli amici Michela e Piso) alzando una (o più di una) delle 13 milioni di pinte (circa) che ogni anno si consumano, mediamente, nel giorno della sua festa, che fino agli anni Settanta era off limits, per gli amanti della birra: in quel giorno, infatti, i pubs dovevano rimanere chiusi. Troppo importante era la memoria religiosa del santo per correre il rischio di vedere in giro troppa gente che alzava il gomito. Poi dalla metà degli anni ’90 il business (compreso quello birrario) ha avuto la meglio sulla tradizione

Tornando a bomba alla birra, e a Greve, devo dire che la batteria di birre per celebrare degnamente la festa irlandese più sentita (anche dalle nostre parti) era davvero ben congegnata. Quattro stout in fusto, in quattro interessanti varianti di questo classicissimo stile, ognuna proposta (per chi voleva farsi l’intero “giro”) in assaggi da 0,20 cl. Italia, Olanda, Danimarca, USA i paesi d’origine dei quattro birrifici, intelligentemente scelti in quanto diversamente classici, innnovativi, tradizionali: De Molen, Rurale, Evil Twin, Dark Horse, con le loro (rispettivamente), Hel & Verdoemenis, Black out, Soft Xmas Aka Pretty Please with a cherry on top, Too cream stout.

La danza è iniziata con l’unica birra che mi era rimasta da testare del Birrificio Rurale, la Black Out, che era, fra le quattro presenti a Greve, quella a più bassa gradazione e meno estremizzante. Una bella, beverina, “leggera” (abv. 4,2%) dry stout (così la classifica Ratebeer), perfetta per iniziare il tour nella maniera meno aggressiva. Una bella rotondità, una beverinità al limite della perfezione, un caratterino docile e tranquillo che ti invoglia a “praticarla” senza discrezione. Non eccessiva la caratterizzazione tostata, bello il finale con una nota di liquirizia che le dà un bell’imprinting. Non c’è che dire: si possono fare le birre “fatte bene” anche senza andare a lambiccarsi il cervello alla ricerca di chissà quali coup de théâtre‘. E quelli del Rurale sono davvero bravi nel farlo. Con la Evil Twin Soft Xmas Aka Pretty Please with a cherry on top tutt’altra musica: una birra impressionante, nel senso di birra fatta (penso) apposta per “impressionare” chi la beve. Già il chilometrico nome fa presagire qualche svolazzo pindarico: Pretty Please etc. etc. è infatti è  una forma gergale che si usa quando si tenta di rendere l’offerta che si sta facendo il più attraente possibile (la classica ciliegina sulla torta). E di ciliegie, in questa imperial stout che è la versione invernale della Soft Dookle di Evil Twin, dalle parti di Kastrup ce ne hanno infilate un bel po’, assieme a tanta vaniglia (forse troppa). Brassata presso la Amager Bryghus dal gemello cattivo di Mikkel Biergsø (che mi sembra ne stia sfornando un po’ troppe, e a ripetizione, segno che la mikkellerizzazione brassicola è iscritta nel DNA di famiglia), la Soft Xmas ha un contenuto alcolico impegnativo (10,9%), una bevibilità alquanto faticosa, con una stratificazione dolciastra che penalizza abbastanza la componente asprigna delle ciliegie, che fa capolino all’aroma, ma che latita alquanto al palato. Per riscaldare riscalda, “riempie” però un po’ troppo, puntando dritto abbastanza velocemente al momento del game over. Berne una bottiglia da solo la vedo cosa davvero improponibile; alla spina, o,20 cl. li bevi comunque, per soddisfare almeno una sorta di curiosità scientifica. Mantenendo alta la bandiera dell’alcolicità, il terzo step degustativo ha chiamato in causa uno dei mostri sacri della categoria: la Hel & Verdoemenis di De Molen, della quale avevo assaggiato una sua variante, ma che non mi era mai capitata di bere in “prima persona”. Bravo è bravo, Menno Oliver, bisogna dirlo, soprattutto nel segmento produttivo delle birre nere, alcoliche e “toste”. Questa imperial stout da 10,2% avb colpisce direttamente nel segno: perfettamente aderente allo stile, non è nè un caffè liquido nè un liquore al caffè, ma una birra solida, consistente, costruita attorno alle note tostate e torrefatte del caffè, alle quali una luppolatura equilibrata (usa il ceko Premiant e il tedesco Hallertau)  regala una pulizia austera che la rende sorseggiabile senza troppo sforzo fino alla fine. Alcune note di barrique al naso, una schiuma color caffè che ne certifica l’identità, una persistenza lunga, calda, mediamente “arrostita” tracciano il profilo di una signora birra. Con la Dark Horse Too Cream Stout, sono andato avanti, tornando indietro: meno alcolica della Hel (8% abv) ma altrettanto impegnativa e, inaspettatamente, più (e meglio) “corposa”. Il che è davvero tanta roba, a cospetto di un così grande competitor. Microbirrificio (e brewpub) americano aperto nel 1997 a Marshall nel Michigan, la Dark Horse Brewing abbina buon cibo ad una produzione già cospicua di birre, visto l’impianto di produzione relativamente piccolo. La Too Cream Stout è classificata da Ratebeer come sweet stout, mentre nella mia personale classificazione si avvicina molto di più alla tipologia delle stoutimperiali. Nera nera, con una testa di schiuma marrone che piano piano schiarisce, ha un naso “importante” e un corpo altrettanto cospicuo, senza essere ingombrante. Ha carattere tosto e tostato, solo in parte ammorbidito da una relativa cremosità regalatale dall’uso di lattosio; polvere di caffè al naso e in bocca, un deciso attacco di cacao poco addomesticato al palato, una ruvidezza scontrosa all’inizio che poi si trasforma in un finale più mallebaile. “Calorosa” di alcool, asciutta e tostata, quasi bruciata, nel finale tiene bellamente testa all’olandese di De Molen, sopravanzandola, a pare mio, nel giudizio complessivo di un mezzo punto, regalatole da una beverinità leggermente superiore. Otto punti in meno però per la label, davvero inguardabile.

 

3 Responses to “Anch’io ho festeggiato San Patrizio”

  1. Michela

    Ratebeer classifica la Soft Xmas Aka Pretty Please with a cherry on top come una fruit beer…meno male che guardo poco quel sito e mi lascio guidare, su quello che non conosco, da fornitori fidati!!!

  2. INDASTRIA

    @michela in quella categoria finiscono tutte le birre che, per stile, non dovrebbero avere ingredienti del genere aggiunti. Per dire da una IRS ci si aspetta caffè, cioccolato, al limite vaniglia ma non altro.

    Secondo me non è una soluzione ottimale ma va anche capito di cosa si sta parlando…

  3. Alberto Laschi

    Anch’io avevo visto la classificazione “fruit beer” su Ratebeer, ma siccome la birra in questione era una versione “con aggiunta di frutta” di una imperial stout già brassata regolarmente, ho preferito definirla ugualmente come imperial stout.

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