Jägermeister, Unicum o caffè?

Tre birre per un dopocena, tre birre per un gioco. Tre birre di estrazione e produzione totalmente diverse, ognuna delle quali potrebbe tranquillamente sostituire due dei liquori digestivi più consumati alla fine del pasto, oltre al caffè, naturalmente. Tre birre non da divano, ma da consumarsi prima ancora di abbandonare il tavolo, quale degna/opportuna conclusione del pasto.

La prima viene dalla Norvegia e mi sento di suggerirla come efficace sostituto dell’amaro tedesco più famoso al mondo, lo Jägermeister (il guardiacaccia), prodotto dal 1934 con 56 erbe/radici/frutti/spezie macerati in alcool secondo una ricetta commerciale segreta fin dall’anno della sua nascita. Un liquore dal gusto non eccessivamente amaro, relativamente amabile, ricco di sfumature erbacee e speziate, proprio come la birra del Nonno di Babbo Natale (Nissefar, in norvegese), la Bestefar della norvegese Haandbryggeriet. Una traditional ale, come molte altre di questo piccolo birrificio, da sempre alfiere della riscoperta e della riproposizione di birre legate all’ antica tradizione brassicola del Nord Europa. Una birra “pungente”, articolata, anche un po’ selvaggia, al primo impatto, ma che poi, se non vi si oppone, riesce a coccolarti e a rilassarti. Marrone come il legno di noce, dalla schiuma corposa e abbondante, ha un naso che è un’esplosione di aromi, con pino, lavanda, malti tostati, resina, erbe medicinali, uva passa, alcool e ancora molto altro. Non ti annoia nè ti soverchia, questa sua ricchezza olfattiva, seguita da una altrettanto ricca compostezza gustativa. Calda di alcool (sono pur sempre 9° gradi alcolici), rotonda e morbida in bocca, rotola da una guancia all’altra regalando una sacco di note medicinali e speziate, ruspanti all’inizio, più moderate in corso d’opera, ben integrate fra di loro. Priva di qualsiasi fastidiosa sensazione di dolcione alcolico, arriva in fondo di corsa, più leggera di quanto uno sospettasse, regalando quella sensazione definitiva di compiutezza che ne fa un perfetta bevanda da dopo-pasto.

Dopo  lo Jägermeister, l’Unicum, dopo la Germania, l’Ungheria: un altro amaro a base di piante medicinali, ottimo come digestivo,  ma bevuto da alcuni anche come aperitivo. Inventato nel 1790, ancor oggi viene preparato seconda l’antica ricetta originale (che fu modificata durante l’epoca comunista) che prevede l’uso di più di 40 erbe medicinali e l’invecchiamento in barili di quercia. Per una amaro così impegnativo, una birra più impegnata, ancor più costruita della Bestefar, una birra che ha richiesto 9 giorni per svilupparla, 12 ore per brassarla, 44 minuti per provare questo gioiello e 2,8 secondi per ottenere un sorriso sul nostro viso. Dicono così, della loro Outblack, Brian Strumke, patron del progetto – Stillwater e Urbain Coutteau, della banda degli Struise, che l’hanno preparata insieme durante un raid dell’americano in terra belga. Una belgian strong ale con abv 10%, massiccia, corposa, quasi sovradimensionata, con tanta “roba” dentro. Come il liquore in questione, la birra regala tante sensazioni, moltiplicandone percezione e profondità di ciascuna. Alcool, liquirizia, malti torbati, frutta speziata e una tocco di acido lattico al naso; un po’ di roasted, una sensazione di acidità diffusa, erbe medicinali e il calore dell’alcol in bocca, con un finale non proprio regolarissimo. Meno beverina della norvegese, più strutturata e consistente, più classicheggiante e meno sperimentale, ha il suo lato debole nella sua viscosità abbastanza pronunciata e il punto di forza nella sua capacità di avvolgere e riscaldare. Impegna, ma regala anche delle belle soddisfazioni.

E per finire il caffè, o meglio una birra che è meglio di un caffè. Non per nulla è una imperial coffee stout, made in Italy. Difficile, quando il “tuo” birrificio fa parte di una struttura commerciale ancor più ampia e basata soprattutto sull’importazione e torrefazione del caffè, resistere a lungo alla richiesta di veder finire in una birra il protagoniosta principale del business. Schigi, con la Extraomnes Donker, ha definitivamente assolto a questo obbligo – tributo, adoperando per questa tostissima birra da 8,5% abv un caffè speciale proveniente dall’ Etiopia (Schigi mi aveva detto anche il nome, ma me lo sono scordato …), estremamente caratterizzante. Una nota quasi vinosa al naso, come primo impatto olfattivo, poi arriva la componente caffettosa e, per ultime, le altre sensazioni (liquirizia, cacao, cioccolato) che di solito completano lo spettro olfattivo di una birra in questo stile. Rotonda ma anche corposa in bocca, totalmente impregnata dalle note di questo caffè con le bollicine: decisamente aspra, nettamente torrefatta, un’importante impronta alcolica che la accompagna fino alla fine, una sensazione di liquirizia che completa e rifinisce il tutto. Birra importante, birra ben bilanciata, birra che non passa inosservata.

3 Responses to “Jägermeister, Unicum o caffè?”

  1. Alberto Laschi

    mi mancava la quarta birra per la “sostituzione” ….

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