Jester King Craft Brewery (1 di 2)

Quando  mi capitò di imbattermi nella stupefacente label della Drink’in Sunbelt, la prima collaboration beer fra Mikkeller e il birrificio texano Jester King, ne rimasi davvero affascinato: non ne avevo mai vista una più “convincente”, riconoscibile, ben fatta, artistica. E da lì è scattata la caccia al birrificio americano e alle sue birre (nonchè al suo progetto grafico). Caccia che è andata a buon fine, finalmente, con il reperimento della Wytchmaker, la loro Farmhouse Rye IPA, che mi offre l’opportunità di parlare un po’ di loro e delle loro birre. Birrificio giovanissimo, la Jester King Brewing Co., che ha la propria base operativa ad Austin (dove anche Pierre Celis nel 1990 si era “rifugiato” dopo aver abbandonato il progetto – Hoegaarden, aprendo assieme alla figlia la Celis Brewery), nella Texas Hill Country, in un casale che sorge all’interno di 200 ettari di terreno agricolo. E’ un po’ che se ne sente parlare, ma la brewery è attiva solo dall’autunno del 2010: i proprietari sono due fratelli, Michael e Jeffrey Stuffing, che hanno coinvolto in questo progetto il loro amico Ron Extract (qui il video di una loro recentissima intervista). Il birraio è Jeff, che inizia la sua carriera birraria come tanti altri, da semplice homebrewer: è il 2004, e nel tempo libero che gli lascia la professione di avvocato a Boston comincia a spignattare con l’attrezzatura – base. Nel 2006 lui e la moglie si trasferiscono ad Austin e dopo una breve esperienza di lavoro in uno studio legale locale, Jeff molla la professione e si da da fare per concretizzare il proprio sogno: trasformare la sua passione (il fare birra) in professione. Comincia a raccogliere fondi per aprire l’attività, aiutato in questo dal fratello Michel che, abbandonata la professione di investment banker a Chicago, si trasferisce anche lui ad Austin, e scommette sul nuovo business di famiglia. La prima birra che immettono sul mercato è la Boxer’s  Revenge, una farmhouse provisional ale invecchiata in botti di rovere, che porta il nome del cavallo che guida la rivolta nella Fattoria degli Animali di orwelliana memoria. Ad essa sono seguite altre cinque birre che si trovano “stabilmente” nel portfolio birraio della birreria del Re Giullare, alle quali si sono progressivamente aggiunte altre birre “speciali” e due brassate in collaborazione con Mikkel di Mikkeller, che ci ha visto lungo, e ha scelto questa birreria per metterla a parte del suo girovagare birrario. Mai birre banali, almeno nelle intenzioni, tutte o quasi brassate con un occhio di riguardo alla tradizione brassicola delle farmhouse, quelle fattorie poste a cavallo del confine franco – belga, “icone” del modo antico, saggio e rustico di produrre birra. Birrificio estremamente creativo, quasi all’avanguardia, anche un po’ ambizioso, Jester King ha scelto fin dall’inizio una pratica “sostenibile” di produrre birra: raccolta e utilizzo di acqua piovana nel processo di lavorazione, lieviti di produzione propria (gli raccolgono, quelli selvaggi, sul tetto della brewery), utilizzo di ingredienti provenienti il più possibile da agricoltura biologica, affiancando a tutto ciò la rifermentazione in bottiglia, la non pastorizzazione e un uso intensivo della botte per la maturazione di alcune delle proprie birre; in più tutte le loro birre sono carbonate naturalmente, senza nessuna aggiunta di zuccheri.

“I” Jester King sono un po’ come “i” Brewdog: a loro piace narrare le proprie birre, farci una storia, costruirle attorno un pre-testo. E usano le labels per farlo. Per la loro Wytchmaker tirano in ballo l’ergot, un fungo parassita della segale, che, quando viene colpita da questa malattia, viene chiamata segale cornuta. Questo fungo porta in “dote” alla pianta molti alcaloidi velenosi (tra i quali l’acido lisergico), che interagiscono con il sistema nervoso centrale (di uomini e animali) e provocano, in chi la assumesse, quella malattia conosciuta nel Medioevo con il nome di Fuoco di S. Antonio. Mummificazione delle estremità, convulsioni e allucinazioni sono i principali effetti di questa malattia, mortale a quei tempi. Malattia che veniva scambiata anche per possessione diabolica, viste le sue manifestazioni, tanto che alcuni studiosi affermano che dietro i fenomeni di stregoneria registrati a fine seicento a Salem negli USA (Caccia alle streghe) vi sia un consumo alimentare della segale cornuta, i cui alcaloidi sono resistenti anche alle alte temperature dei forni di cottura del pane. Da qui partono i Jester King, per “giustificare” il loro uso di segale  per questa birra (il 15% del totale del malto impiegato), oltre che il nome e l’immagine sulla label: che sicuramente non trasformerà i suoi bevitori in streghe, ma forse, dicono loro, li potrebbe aiutare a diventare un’altra persona, dei liberi pensatori, degli inseguitori di sogni … Tornando con i piedi per terra, la Wytchmaker Farmhouse Rye IPA non è la “solita” ipa americana tritura-papille, anche se di luppoli (cascade, columbus, centennial, millennium, amarillo secondo il sito della brewery) ce ne sono un bel po’. E’ rustica, ruvida, quasi terrosa, con una personalità “granulosa” che prende quasi il sopravvento sulla seppur forte componente agrumata/resinosa portata in dote dai luppoli. Brassata anche con acqua piovana, con malto bio-organico e, soprattutto, con il loro farmhouse yeast (responsabile della parte citrica/pungente/pepata della birra), è “birra da cortile”, nel senso nobile della espressione. Toglie la sete a cazzotti, non grazie una componente amaricante esacerbata, ma ricorrendo ad una calibrata dose “abrasiva” di cereale, che le regala anche la freschezza necessaria. Bello il colore dorato/arancio, voluminosa, viva e vivace la schiuma, continuamente ri-alimentata dal lievito finito nel bicchiere, naturalmente e decisamente carbonata, lascia un’impressione abbastanza “polverosa” di sè in un finale dominato più dal cereale che dal luppolo. La ricomprerei/berrei? Tutta la vita, anche perchè sulla label c’è scritto che, oltre a raggiungere l’invidiabile quota del 95% di materie prime bio-organiche impiegate, non è detto che ogni volta vengano impiegati gli stessi luppoli: in quella che ho bevuto la batteria di luppoli era costituita da Warrior, Cascade, Columbus, Simcoe and/or other varieties based on availability.  Quindi, quasi ogni volta, ci si potrebbe essere una qualche “sorpresa”. Assaggiata in bottiglia da 0,75 cl.; alc. 7,3% vol.; @ Alberto Laschi

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