Birrerya: due nuove birre di Scheldebrouwerij

Erano in Olanda (a Gravenpolder, nella provincia olandese dello Zeeland, al confine con il Belgio) nel 1994, quando Keesvan Lohenhaut e Peter van Eynden aprirono il propio birrificio, che chiamarono Scheldebrouwerij; nel 1998 si spostano di 87 km. e cambiano anche nazionalità. Si stabiliscono a Meer, un sobborgo della cittadina di Hoogstraten, nella provincia di Antwerp. Scelgono il Belgio perchè lì il sistema di tassazione sulla produzione birraria è meno oneroso rispetto a quello olandese. La nuova collocazione produttiva permette al birrificio belgo/olandese di decollare, produttivamente parlando, espansione che crea anche nuovi assestamenti nella prorpietà. Keesvan Lohenhaut si ritira nel 2000, mentre Peter van Eynden rimane nel settore produttivo della brouwerij fino al 2005, che diventa proprietà dei due fratelli Frans e Jan Ooms, cugini dello stesso Peter. Nel 2006 i due cugini provvedono alla ristrutturazione completa del birrificio, con i nuovi impianti di produzione, scelti dal birraio Pieter van den Eijnden, che arrivano dall’Italia. Un birrifcio “in espansione”, con i suoi tanti prodotti che hanno trovato una buona penetrazione sul mercato birrario europeo e, da poco, anche in quello americano, grazie alla ditribuzione da quelle parti di alcune sue birre ad opera della Vanberg & Dewulf, società newyorchese di import/export birrario (la stessa che commercializza in USA anche il Birrificio Amiata). Un birrificio che produce per sè, ma anche per altri birrifci, olandesi (De Eem, Peelander, Kasparus) e belgi (Het Nest e Sterkens, che produce da loro tutta la linea di birre St. Paul, St. Denise e St. Sebastiaan), e che ha anche in progetto, quest’anno, di produrre due birre in collaborazione con due delle gipsy breweries più in voga di questi tempi, Stillwater Artisanal Ales ed Evil Twin. Nel catalogo di Birrerya le birre di Scheldebrouwerij sono diventate otto, negli ultimi giorni, dal momento che si sono aggiunte alle 6 già presenti due new entry, la Hopruiter (che avevamo “solo” assaggiato in fusto nella serata del pre-villaggio dello scorso anno) e la Mug Bitter. Una belgian ale (al confine con la new category belgian ipa) la prima, una premium bitter la seconda.

La Cavaliera del Luppolo nasce, produttivamente, nel 2009, per una sorta di “strabismo commerciale”: da una parte si materializzano già i segnali del calo della domanda interna, dall’altra nasce l’esigenza di creare un nuovo, significativo, canale di vendita extra-Belgio che compensi i minori introiti. L’America e il suo mercato birrario diventano gli obiettivi e la “scommessa” dei proprietari della Schelde, che riescono ad “agganciare” (tramite Vanberg) Don Feinberg, ex-proprietario della Ommegang Brewery di Cooperstown (da lui aperta nel 1997 e poi ceduta alla Duvel Moortgat nel 2003). Don arriva a Meer nell’esate del 2009, dà alcune “dritte” produttive e commerciali, e ne assaggia, nella primavera successiva, i risultati. Fra tutte le cotte di prova che vanno in su e giù per l’Oceano viene scelta quella che poi diventerà la Hopruiter, lanciata pochi mesi dopo sul mercato americano. Una birra che nasce con l’intento di unire l’amore per gli “esteri aromatici” tipicamente belga con quello, tipicamente americano, per una luppolatura marcata. Una birra che non vuole però essere un’ ipa: anche per questo i luppoli usati (due in bollitura del mosto, uno in dry-hopping) sono made in Europa. Questa ottima belgian ale da 8% abv (rifermentata in bottiglia) sa unire sapientamente una rotonda e mai stucchevole rotondità maltata ad un grande e nobile aroma luppolato. Del colore dell’oro antico, dalla bella schiuma cremosa e compatta, ha un naso ricchissimo (pepe, zenzero, pompelmo, pera, mela) e un gusto decisamente equilibrato, molto ben bilanciato da una perfetta combinazione tra fruttato e speziato. Nessuna amarezza esacerbata, nessuna botta astringente, nessuna sensazione resinosa/agrumata, ma una grande, classica, moderna eleganza. Ed una splendida, giocosa beverinità. Il cavaliere che si ritrova nel nome e sulla label fa riferimento alla storia presente e passata di Turnhout, la zona nella quale sorge il birrifcio belga: una zona che era la preferita per cacciare da parte dei duchi di Borgogna e che è diventata, nel XIX secolo il centro della produzione cartaria in Belgio. E soprattutto della produzione delle carte da gioco: qui se ne producono più di duecento milioni di mazzi all’anno. Da tutto ciò la label della birra, che ritrae un cavaliere e che ricorda una carta da gioco.

Più “tranquilla” la storia produttiva della Mug, una premium bitter da 5,3% abv  prodotta con 2 tipi di malto (Pale e Caramalt 20) e tre tipi di luppolo (Hallertau, Goldings e Challenger).Una birra da sempre nel portfolio birrario della Schelde, che va giù fresca, erbacea come una lager (quasi) e aspramente fruttata come una bitter. Una birra leggermente ambigua, divertentemente enigmatica, che si palleggia fra questi due modi di fare e bere birra. Tanto luppolo fiorito al naso, ed un leggerissimo fruttato che le permette di non scivolare troppo sul versante di una birra a bassa fermentazione;  a parti invertite il gusto, dove un caramello deliziosamente fruttato spinge un po’ più ai margini una luppolatura comunque decisa, che rialza definitivamente la testa in un finale lungamente amaricante e asciutto. Quasi una session beer, da bere a tazze (da qui, forse, il nome), ma non per dimenticare e/o dimenticarsela. E’ agile, svelta, leggera, ma non banale: tutt’altro. Perfetta per un pomeriggio caldo e assolato.

 

Lascia un commento