Dopo tanto, Baladin

Negli ultimi tempi (direi un paio di anni) le birre “classiche” del Baladin mi avevano provocato una sorta di effetto respingente: la deriva produttiva che avevano preso (e che, in molti casi, stanno continuando ad avere) non mi piaceva, a dirla tutta, allontanandole davvero troppo dal piacevolissimo ricordo che avevo di tutte loro. Per questo me ne sono tenuto, quasi scientificamente, alla larga. Per tutta una serie di casi fortuiti ho avuto modo, ultimamente, di riavvicinarmi ad alcune birre provenienti dal loro nuovo stabilimento produttivo di Farigliano e alle due prime birre “partorite” dalla Cantina Baladin, e mi si è (un po’) riallargato il cuore. Perchè Baladin è pur sempre Baladin, e con le birre di Teo ci sono cresciuto, meglio, mi ci sono svezzato, birrariamente parlando: poterne ri-apprezzare qualità e freschezza produttiva non (mi) può che far del bene

Intanto le due birre non – barricate, una (la Super nella sua versione Bitter) sul mercato da non molto tempo, l’altra una birra riapparsa (o ri-etichettata) dopo un po’ di tempo, la Open Rolling Stone. Intanto la versione bittering del classicone di casa – Baladin, la Super con l’aggiunta di Amarillo (e di zucchero di canna), molto più tracciabile al naso che in bocca. Un’aggiunta che la vivacizza relativamente, senza stravolgerla, regalandole un bouquet davvero ben fatto, relativamente grintoso e decisamente intrigante. Questa variante la si ritrova, gustativamente parlando, un po’ meno in bocca, dove il nuovo (per questa birra) luppolo lavora abbastanza sottotraccia, senza alterarne il solito, ben fatto equilibrio generale: semmai la affina un po’, le regala una beverinità più marcata, ripulendola da qualche orpello “caramelloso”. Bello il finale, asciuttamente prolungato, con un’albicocca asciugata che si protrae a lungo. Inalterata la gradazione alcolica (8% abv.) per questa bella variante della Super, come inalterata (7,5% abv) rispetto all’originale è quella della Open Rolling Stone, versione anche qui più intrigante della Open, brassata con l’aggiunta di un blend di pepi. “Dedicata” a tutto il mondo del Rock’n Roll (era stata lanciata sul mercato nel 2009 ) e brassata “in collaborazione” con la rivista italiana che più lo rappresenta (Rolling Stone, che nel febbraio di quest’anno ha mandato in edicola il proprio 100° numero)  si fa bere davvero con bella “voracità”. E’ fresca, decisamente ma anche delicatamente piccante, è vivace quanto l’ oculata speziatura glielo concede, amaricante quanto basta e rotonda quanto deve. Una bella ri-scoperta (l’Open originaria non mi era piaciuta più di tanto …)

E adesso le due birre del nuovo progetto di nicchia targato Baladin (che si va ad affiancare a quello delle Xyauyu), che Teo ha messo su a partire dal 1° Maggio del 2010. Si tratta di Cantina Baladin, 160 barrique e qualche tonneau piazzati a Piozzo, nell’ex pollaio dei genitori (dove c’era il vecchio impianto di produzione), tutti “regalati” da alcune delle aziende vinicole più famose d’Italia (Antinori, Caprai, Donna Fugata, Castellare, Sassicaia, Felluga etc. etc. ). E’ la nuova scommessa di Teo, una cantina che si trasforma in laboratorio di ricerca, o, come lui stesso l’ha definita, in una “palestra di evoluzione”. In queste barrique ha affinato (almeno per ora) due birre, una nelle botti che hanno tenuto vino rosso, l’altra in quelle dove è stato messo a maturare vino bianco. La prima l’ha chiamata Terre, e per questa ha usato riso nerone coltivato da Cantina Belvedere, nel vercellese, e orzo made in Baladin; la seconda l’ha chiamata Lune, prodotta con farro del  Mulino Marino e sempre con orzo made in Baladin. Due barley wine, in definitiva, dalla quasi identica gradazione alcolica (11,5% abv per Lune, 12% abv per Terre), tutte e due imbottigliate in una curatissima confezioen  da 0,50 cl. Due barley wine però abbastanza sui generis, difficilmente accostabili ad altre produzioni similari, che strizzano l’occhio a quel segmento del mondo vinicolo fatto di vini ossidati, “maderizzati”e/o fortificati come poche altre birre. Sono in questo, comunque diverse dalla Xyauyu e dalla sua filosofia, meno “potenti”, più morbide e meno ricche di sfumature rispetto a quella linea di prodotti. Due grandi birre, comunque, delicatamente piatte e prive di schiuma, entrambe ricche di una intensità aromatica davvero importante. Biondo mielata Lune, che si potrebbe avvicinare ad uno Sciachetrà per il suo naso ricco di frutta matura ossidata, leggermente acidula; ha morbidezza da vendere, è delicatamente vellutata, con un calore oleoso che si sprigiona in tutta la bocca. La robustezza alcolica non rappresenta un ostacolo, ne sorregge la struttura e convince proprio perchè non fuori luogo. Vince di una incollatura su Terre, ambrata, dal naso altrettanto ricco ma un po’ più grezzo: ricorda un vino fortificato dolce, con le sue note un po’ grevi di frutta matura e zuccheri a go go. Più impegnativa anche al palato, maggiormente colpito dalle note zuccherose e alcoliche, in questo caso un po’ meno nascoste, e che alla lunga, rendono un pochino più stucchevole la beva. Un’altra scommessa di Teo, partita, lo si può e lo si deve dire, con il piede giusto, anzi, con tutti e due i piedi a posto.

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