Hel & Verdoemenis + Amerikaans: doppio De Molen

Due birre di De Molen: che, detto così, sembra solo di fare l’elenco della spesa. Anche perchè di roba da comprare, Menno, ce n’ha da vendere: 190 le birre su recensite su Ratebeer (delle quali, però, 58 non sono più in produzione) e 25 le birre fatta da lui e/o con lui da altri birrai. Un iperproduttivismo che non piace a molti, ma che è aspetto caratterizzante del suo modo di fare birra. Due birre dicevo, agli antipodi l’una dall’altra, come spesso capita  quando ci si addentra nel portfolio birrario dell’olandese: due birre dalla fattezza e dai risultati opposti.

Per prima la Amerikaans, una bitter ale di 4,5% abv “rifinita” con un dry hopping di amarillo, dopo aver fatto largo impiego di sladek. E’, o meglio, vorrebbe essere il punto di caduta nel quale si dovrebbero saldare la solida e stratificata tradizione anglosassone delle bitter ales e la new wave americana dell’amaro, una strada lastricata dall’uso sbarazzino (e/o massivo) di luppoli non proprio “tranquilli”. Vorrebbe, dicevo, perchè con questa birra Menno non mi sembra che abbia centrato il risultato prepostosi. E’ birra piacevole, ma ha troppo poca profondità: ha un gradevole ingresso luppolato (sia al naso che al palato), ma che resta troppo in superficie, ovvero, scivola via troppo alla svelta dalla superfice, senza lasciare molta traccia di sè. E’ un luppolo ballerino, l’americano amarillo impiegato per questa birra, che prima appare e poi si eclissa, in un lasso di tempo troppo breve per risultare significativo. La relativamente scarna frizzantezza non aiuta poi a vivacizzarla, così come l’acquosità un po’ troppo pronunciata nella quale scivola  troppo velocemente la beva.  Mi è venuto subito da fare il paragone, in parte improprio, con la American Dreams di Mikkeller, per una ipotetica lotta all’ultimo sangue sul terreno delle session beers. Non c’è assolutamente competizione: Mikkeller, in questo caso, tutta la vita. Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl.; alc. 4,5% vol.; © Alberto Laschi

Di imperial stout De Molen ne fa una smandrappata: 16 (fra porter e stout, per la verità) presenti nella bereography ufficiale della brouwerij, ma se si sommano anche tutte le versioni più o meno oak aged, più o meno intartufate con le variabili più fantasiose, si supera agevolmente e allegramente la trentina. Che poi, in fondo, sono quelle birre che a Menno riescono quasi sempre particolarmente bene: difficile che ne toppi qualcuna. Dalla Rasputin (anche nella sua versione oak aged) alla Stout & Hop, dalla SSS Triple Stout alla Hel & Verdoemenis 666 non mi è arrivato nessun tipo di delusione. E nemmeno dalla versione – base della Hel & Verdoemenis, una imperial stout da 10,2 % abv (anche se sul sito della brouwerij si scrive 11% abv). Dannazione e inferno, dice il produttore, per chi la beve ma anche e soprattutto per chi non riuscirà mai a farlo: perdersela sarà un vero e propio peccato mortale, con tutte le conseguenze del caso. 99,9 di IBU e più di 300 l’ EBC, per questa nerissimo concentrato di caffè/malto tostato/cacao, snellito in maniera sorprendente da un uso assolutamente non supponente di luppoli pregiati (Hallertau e Premiant). Schiuma e carbonatura che hanno preso domicilio da altre parti non ne inficiano l’ottimo giudizio generale, originato dalla capacità di non aver reso troppo predominante l’alcool, troppo caratterizzante il caffè/tostato, troppo impegnativa la consistenza. E’  relativamente rotonda, sapori e aromi impregnati di moka e cioccolato, ma anche screziati di luppoli asciutti e scattanti; un finale di bevuta che tiene a lungo inchiodati, con in mano il bicchiere. E’ sostanziosa, è calda e riscalda, e non stanca. Assolutamente. Assaggiata in bottiglia da 0,75 cl.; alc. 10,2% vol.; © Alberto Laschi

 

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