Anderson Valley Brewing

Era, nel 1987, uno dei soli 20 birrifici artigianali americani; un birrificio – pioniere, quindi, uno di quelli che hanno tracciato la strada verso il futuro, uno dei pochissimi che sono riusciti a sopravvivere (e non a vivacchiare) per così tanti anni. E’ laAnderson Valley Brewing Co di Boonville, nella contea di Mendocino, in California la cui proprietà è passata di mano da non molto (aprile 2010), finendo da quelle di Ken Allen e David Norfleet (i fondatori) a quelle esperte di Trey White ex vice presidente esecutivo della United States Beverage (Goose Island, Rogue e Ipswich sono stati alcuni dei birrifici dei quali ha personalmente curato l’espansione commerciale). Trey ha ri-chiamato all’interno della brewery stessa, nella funzione di head brewer, Fal Allen, che aveva ricoperto il ruolo di direttore generale del birrificio californiano dal 2000 al 2004. Tre gli steps attraverso i quali la brewery è arrivata all’attuale modalità e capacità produttiva (36.000 barili nel passato 2011): dall’originale installazione  dell’impianto “primigenio” al piano inferiore dell’attuale brewpub al primo ampliamento, avvenuto nel 1996, che portò gli impianti del birrificio in altri e più ampli locali, poco lontano dal centro di Boonville. Causa l’ulteriore, importante crescita della domanda, nel 1998 si ha il terzo e definitivo ampliamento (operativo nella sua completezza dal 2000), con la costruzione dell’attuale brewhouse in pieno stile bavarese, e l’allestimento della nuova sala di cottura, nella quale furono installati gli impianti acquistati in Germania da due brauerei che avevano cessato l’attività, l’ Ambrose Brutting Brau  di Stoffelstein e la Magnus Brau di Kassendorf. Come in molti dei birrifici artigianali americani, grande attenzione viene rivolta dalla brewery californiana all’impatto ecologico delle proprie attività: per questo si fa un grande impiego in birrificio di energia fotovoltaica, si ricicla quasi tutto (dai prodotti di scarto della lavorazione agli involucri e agli imballaggi), le bottiglie usate sono riciclate al 65% e da poco è stato scelto l’alluminio delle lattine, ancor più “riciclabile” rispetto al vetro. Perché il vivere e lavorare in un posto come la Anderson Valley comporta delle precise responsabilità, dicono loro. E’ uno dei posti più belli della California, abitata originariamente da una tribù di nativi chiamata Pomo e scoperta quasi per caso nel 1851 da un certo Walter Anderson, che vi si “imbattè” inseguendo per ore un cervo che aveva ferito durante una battuta di caccia. Adatta alla coltivazione del vino, la valle ha conosciuto dal 1980 ad oggi un  vero e proprio boom vitivinicolo, con i suoi vigneti di origine alsaziana, di Pinot Noir e di spumante, al quale si è inevitabilmente legato un altrettanto importante flusso di turismo enogastronomico, che non ha colto alla sprovvista questa brewery, che con la sua tap room aperta tutti i giorni  e l’ annuale Boonville Beer Festival “macina” un bel numero di appassionati.

Assaggiando due delle birre della Anderson Valley mi è venuto spontaneo il collegamento “ideale” con un sito web molto particolare, Retronaut, che posta quasi ogni giorno una grande quantità di materiale iconografico “vintage”, riportando il fruitore del materiale stesso indietro nel tempo, lontano ma non lontanissimo. Assaggiando le loro Boont Ambar Ale e Hop Ottin Ipa ho avvvertito la stessa sensazione di quando sbircio quel sito: un passo indietro nel tempo (produttivo), con un piede ancora ben piantato nella solida classicità e un pizzico, ma solo un pizzico di innovazione. Un piede nel passato quelli della Anderson ce l’hanno a cominciare dalla “lingua” usata per il nome delle proprie birre, il dialetto Boontling, parlato solo a Boonville, e inventato nel corso del XIX secolo. Una lingua arcaica che non ha più di un migliaio di termini, fatto di varie contaminazioni linguistiche fra il gaelico scozzese, l’irlandese, lo spagnolo e la lingua dei nativi Pomo. Ritornando alle birre, la loro Boont Ambar Ale è in produzione da più di 20 anni, con i suoi 5,8% di abv e 15 IBU, plurimedagliata nelle varie edizioni del GABF. Una amber ale rotonda e realtivamente poco corposa, ammorbidita dall’uso di malti pale e crystal e compensata sul lato dell’amaro da un buon uso di luppoli Horizon, Northern Brewer e Liberty. Una versione mi verrebbe da dire quasi light delle ben più corpose e robuste amber ale anche europee, abbastanza beverina e relativamente ben caratterizzata. Non una birra memorabile, un pochino “ferma”, ma comunque ben fatta: caramellosa il giusto, amaricante l’onesto, sufficientemente fruttata all’aroma, decentemente fantasiosa nel contesto dello spettro amaricante dei luppoli. Il “duro lavoro” del luppolo è quello che la Hop Ottin Ipa dichiara di voler essere, un’ipa dall’amarezza decisa e poco accomodante, un po’ sbilanciata sul versante della rusticità aggressiva. Un’ipa che raspa e non acchiappa, verrebbe da dire, rimasta (produttivamente parlando) un po’ agli albori della rinascita di questo stile (è del 2001 la sua medaglia d’argento al World Beer Championship), con l’uso, non intensivo, di luppoli “moderni” che la fa ruffianeggiare solo un poco. Una birra che va dritta al punto, senza svolazzi e senza deviazioni, con i suoi marcatissimi 80 IBU e il suo non banale abv di 7%. Se la data di produzione non fosse cos’ lontana nel tempo, uno potrebbe dire: questa è una birra da sgrezzare un po‘. Ma il suo essere così poco articolata ormai non è più un “difetto”, ma una caratteristica. Quasi vintage.

 

One Response to “Anderson Valley Brewing”

  1. Mattia

    Purtroppo non sono ancora riuscito a procurarmi la Boont, ma concordo in pieno sulla Hop Ottin’: un IPA rustica, ma piacevole a mio parere.
    Sono invece rimasto deluso dalla loro Imperial IPA, la versione da 8,7% della Hop Ottin: questa, a mio parere, andrebbe un po’ sgrassata.

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