Cantillon Rosè De Gambrinus

Continuo ad andare a scuola di lambic da Cantillon, parlando (dopo averla bevuta, ovviamente) di un altro dei suoi must/classiconi: dopo la Iris, la Vigneronne, la Sint Lamvinus, la Fou Founè e la Kriek Lambic (e con una Lou Pepe Kriek del 2007 e una Bruocsella 1900 Gran Cru che aspettano il proprio turno in cantina) è adesso la volta della Rosè de Gambrinus, la framboise più famosa del mondo, come ebbe a dire Michael Jackson. Ancora lontanissimo dall’aver esplorato in maniera del tutto significativa lo sterminato portfolio birrario della famiglia Van Roy, ma comunque soddisfatto dei piccoli, ma significatvi steps degustativi personali. 200 gr. di lamponi freschi ed interi per ogni litro di mosto: questa è la dose, non proprio omeopatica, di frutta usata per dar vita a questa lambic fruttata, ma anche asprigna: meglio, più asprigna che fruttata. Effetto desiderato e voluto, questa asprezza, fin dal momento nel quale nelle cantine/soffitte di Rue Ghede 56 si ricomincia a brassare con continuità un lambic con i lamponi. L’anno era il 1973, raccontano le cronache interne del birrificio, quando Paul Cantillon & Co.si videro arrivare 150 kg. di lamponi freschi spediti da un loro amico, Willy Gigounon. Da lì ripartono, da questo regalo/sfida, che porta la famiglia Cantillon a rimettere in catalogo questo particolare tipo di lambic, che era brassato con regolarità nel XIX secolo, poi era sparito, come tutte le altre birre alla frutta, durante la Prima Guerra Mondiale per poi ricomparire, ma solo sporadicamente, durante gli anni Trenta. Da sempre considerata una delle label più iconiche di tutta la storia della birra, quella della Rosè venne composta nel suo aspetto definitivo nel 1986 da Raymond Coumans , artista belga nato nel 1922. Lo stesso che pronunciò (da dietro le spalle del birraio) l’altrettanto “storica” frase (quando vide la birra che veniva trasferita da una botte all’altra): ha il colore della buccia di cipolla, frase che ha segnato la storia e, soprattutto,  il nome di questa birra. Il suo colore rosato le portò in dote la prima parte del nome (Rosè, appunto), e siccome si trattava di birra e non di vino, si decise di dedicarla non a Bacco, bensì a Gambrinus, il leggendario re delle Fiandre considerato uno degli strorici patroni della birra.

Una birra più asprigna che fruttata, dicevo prima, volutamente asprigna. Quelli di Cantillon, detentori insieme a pochissimi altri “eletti” della verace tradizione del lambic, non si sono mai “mescolati” con i vari mestatori di intrugli che hanno cavalcato solo a mezza via la scelta delle birre aspre, finendo quasi sempre per addolcirle (è proprio il caso di dire) progressivamente con zuccheri e/o sciroppi fruttati, solo per andare incontro al gusto e alle richieste del mercato. Le versioni fruttate del lambic devono pur sempre conservare l’imprinting primigenio del lambic: asciuttezza, astringenza, asprezza, più o meno marcate. E’ nella natura stessa di questa birra. Ed è anche il risultato finale di questa Rosè. Il procedimento produttivo è identico a quello della Kriek, come identica (5% abv) è la gradazione finale raggiunta. E’ di un colore rubino leggermente rugginoso, con un bel cappello di schiuma ricca e vivace; e fin dall’aroma si presenta per quella che è, e cioè non una crostata alla frutta, un dolcione, bensì una birra rustica, terragna, fruttata ma allo stesso tempo ruvida. Ovviamente ci senti i lamponi, che non sono però dominanti, né al naso né in bocca. Sono contrastati/accompagnati da tutto il patrimonio acido che il lambic maturato nelle leggendarie botti di rovere di Cantillon si porta in dote. Ha la schiena dritta, una spina dorsale fatta di fresca e acidula astringenza, una corsa mai stucchevole né sciropposa, un carattere definitivamente dissetante. Non ci trovi mai,  in nessun momento, qualcosa di troppo (troppo dolce, troppo fruttata, troppo aspra …). Una birra fatta “per bene” e, soprattutto, “per bere”, ricca di storia e tradizione, come solo chi della tradizione ha fatto una regola di vita (produttiva) può tirar fuori. Fregandosene dei gusti (omologati) del mercato.

 

 

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