Stone Ipa

Il “problema”, per noi, che questa birra, da “loro” la trovi quasi sugli scaffali del supermercato, tanto è diffusa. Per noi, invece, rimane ancora confinata nel limbo delle birre-chimera: quelle birre leggendarie, quelle birre così buone, ancora più buone (forse) perchè inarrivabili, lontanissime dalla nostra possibilità di consumarle con regolarità, quelle che guardi quasi solo da lontano; e sospiri … E’ la Stone IPA, 272 pagine di recensioni su Ratebeer, con 2712 “pareri”  (2482 su Beeradvocate, che la “piazzano” al 3° posto fra le Ipa più e meglio “criticate”), bella e austera nel suo formato extralarge da 0,65 cl, con il gargoyle d’ordinanza che fa bella mostra di sè, “proteggendola” dagli spiriti maligni moderni (i conservanti chimici, gli additivi , la pastorizzazione e compagnia cantante). Brassata fin dal 1997 in quel di Escondido (lo stesso anno della Arrogant Bastard Ale), i suoi 77, stabilissimi, IBU gli derivano dall’uso della tripla C dei luppoli americani (Columbus Centennial Chinook), e ne fanno uno degli esempi più classici, convincenti, vincenti di questo stile oggi tipicamente americano, ieri e l’altro ieri prorietà riservata dei birrai made in UK. Per descriverla mi servirò “opportunamente” di alcune affermazioni che quelli della Stone Brewing  hanno infilato in quella lenzuolata di frasi che costituiscono la corposa retro-label di questa birra.

“This ipa is deliciously hoppy”, tanto per cominciare. Ed è vero, in effetti. Non è una di quelle birre made in Stone pensate e fatte per farti esplodere palato e lingua (con i relativi recettori gustativi) con una bomba a mano luppolata (come la Ruination Ipa o la Sublimely Self Righteous Ale). Gli hanno scolpito il carattere, a questa birra, con il luppolo, ma in maniera davvero “deliziosa”, quasi garbata. Nesun carico da 11 per stordire gli allocchi: solo eleganza, solo alta scuola. Quanto detto finora acquista ancor più valore se si dà retta a quanto dicono e scrivono (e quidi, per estensione, fanno): “we used a totally immodest amount of hops”. Riescono dunque a coniugare (quasi perfettamente) quantità ed equilibrio, soppesando di ciascun luppolo potere amaricante e capacità astringente in modo da non ridurre comunque lingua e palato ad una terra devastata o erosa. Poi magari un po’ esagerano quando, dopo aver ammesso che “we loaded a glorious amount of crisp and refreshing hop bitterness“, dichiarano in maniera fin troppo aulica che alla fine “the result is a true thing of beauty“. Un po’ troppo trionfante nella forma, quella forma quasi fanciullesca di esaltare le cose molto diffusa in America, ma non troppo discosta dalla realtà. L’idea che mi sono fatto di questa birra è che sono riusciti a “trattenere” il luppolo, in maniera che la sensazione predominante è quella di una birra morbidamente maltata, rotonda, mai troppo pungente, alla quale la componente luppolata ha conferito “solo”  freschezza, fragranza, “giovinezza gustativa”, completandone perfettamente l’insieme. Dorata, al limite di un ambrato delicato e soffuso, pesca, agrumi, un che di limoni, qualcosa di floreale, una resina non appiccicosa al naso, con una presenza leggermente granulosa di malto. Più scattante al palato, frescheggiante di pompelmo e agrumi, ma, soprattutto rotondeggiante di malto delicato, con una bella (e quasi sorprendente) sensazione watery, che la fa scivolare giù per gola senza nessun tipo di appesantimento. Aggraziato e non abrasivo il finale, questo sì, prosciugato dai luppoli. Una birra da bere e ribere, una birra per ricordare come si possono utilizzare  materie prime di qualità secondo il principio della compenetrazione e non della prevaricazione, o peggio ancora, dell’annullamento reciproco. Una birra che parla di un birrificio coi controfiocchi, che lo racconta benissimo e che lo rappresenta al meglio. Stone, basta la parola (come Cantillon?). Assaggiata in bottiglia da 0,65 cl.; alc 6,9% vol.; © Alberto Laschi

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