P.O.B.C. Fermentum

C’è, in Italia, il birrificio monastico della Cascinazza di Buccinasco, dove sono gli stessi padri benedettini ad occuparsi della produzione della birra, e c’è il P.O.B.C. Fermentum di Monza, ospitato anch’esso in un monastero, ma che vede impiegato nella produzione solo personale laico. Il monastero è l’antico complesso del convento dei Padri Barnabiti di Piazza Carrobiolo, a Monza, risalente al 1200 circa e affidato nel 1572 da san Carlo Borromeo all’ordine dei Barnabiti, che non l’hanno mai più abbandonato. Il birrificio è il Piccolo Opificio Birre del Carrobiolo, che ha preso vita fra queste antiche mura nel 2008, grazie ad una società costituita da sette amici con la passione per la birra artigianale: l’ottavo socio, non occulto, è un padre barnabita del convento monzese, Padre Davide Giuseppe Noè Maria Brasca . La “colpa” di tutto questo è molto sua: nel 1999, quando si trova a Bruxelles per completare la propria preparazione teologica, entra in contatto con il “magico mondo” della birra belga, trappisti compresi, e al suo rientro in Italia coinvolge Pietro Fontana (l’attuale mastro birraio del Carrobiolo) e gli altri suoi sodali in questo progetto, che, oltre ad avere una logica dimensione imprenditoriale, è finalizzato principalmente  a generare proventi che possano sostenere le opere sociali dei padri Barnabiti. Perchè proprio Piero Fontana? Perchè, oltre ad essere presidente ed operatore del centro per minori disagiati gestito dai padri assieme ad alcuni laici, è homebrewer da sempre. Le idee di Pietro e degli altri  relative al progetto-birrificio sono da subito chiare, e sono così descritte sul proprio sito web: il nostro obiettivo è di promuovere una cultura del bere consapevole, che metta in primo piano la qualità (e non la quantità), la degustazione (e non il “consumo”), la convivialità (e non lo “sballo”). Produrre, dunque, e promuovere cultura. Scelte chiare e nette, come chiara è netta è al scelta di produrre “solo” artigianalmente, come altrettanto decisa è la volontà di legarsi al territorio per quanto riguarda la maggior parte delle materie prime utilizzate, tutte recuperate nel raggio di 50 km., con l’impiego di grano biologico della Brianza. Attualmente sono sei le birre prodotte “in monastero”, su di un impianto Spadoni da 250 lt. a cotta, calibrato sulla misura dell’apertura della porta del convento dalla quale doveva passare (immodificabile, come tutto il resto dello storico edificio) e sulle esigenze del mastro birraio, che riesce a brassarvi birre sia ad alta che a bassa fermentazione. Su ciascuna delle labels (complete, “chiare”, esaurienti) è raffigurata la statua di San Paolo, simbolo del convento, e ciascuna birra è chiamata “soltanto” con il numero dell’ OG (original gravity, la densità dello zucchero presente all’origine del mosto), un “omaggio” (che però non aiuta moltissimo nella memorizzazione dei prodotti del birrificio …) alle origini da homebrewer del mastro birraio. Birre “fatte con sapienza e gustate con saggezza“, ricordano i protagonisti di questa bella, giovane e decisamente promettente avventura birraria, che non a caso ha deciso di aggiungere il termine latino fermentum alla propria ragione sociale. Che è il nome latino del lievito, uno dei quattro ingredienti della birra, ma che, come ricorda padre Davide, è anche termine che ha un eco più vasto, perchè il lievito è movimento, qualcosa di piccolo che può generare qualcosa di grande o importante. Come il birrificio, “piccolo” di per sè, ma che genera qualcosa di più grande (finanziamenti per le opere dei padri, già lo ricordavo, ma anche prima “palestra” lavorativa/educativa per i ragazzi che gravitano attorno al centro sociale dei padri stessi).

La loro O.G. 1048 è la prima birra del Carrobiolo che mi è capitato di assaggiare e, devo dire, mi ha regalato davvero delle belle soddisfazioni. E, a quanto pare, sembra aver soddisfatto anche chi molto di più e molto meglio di me è abituato a sorseggiare/testare birre. I primi quattro recensori di Ratebeer per numero di birre recensite (fonefan, Ungstrup, Papsoe, yespr, assieme all’italiano fiulijn) l’hanno infatti testata, dandone giudizi più che lusinghieri. Il birrificio monzese non ne “dichiara” lo stile di appartenenza e/o di ispirazione: Ratebeer la mette nella famiglia delle ESB/Premium Bitter, e anche la bibbia italica la inquadra in maniera similare. Una bella English bitter, leggermente spostata più sul versante dell’amaricante delicato che su quello dell’astringenza dissecante. Una birra elegantemente delicata, rossa di malti caramellati e tostati, meno corposa di quanto uno si aspetterebbe, rotonda e beverina, che scivola via lasciando una bella scia di sensazioni maltate e delicatamente luppolate. Ramata, dalla schiuma relativamente stabile e non  ricchissima, per lei viene utilizzato (come per tutte le altre birre monzesi) frumento Spiga e Madia, che contribuisce a regalarle quella freschezza strutturale che ne alimenta la bella reputazione. Una birra di deliziosi contrasti, centellinati, fra morbidezza e astringenza, fra consistenza e malleabilità. Una parola, l’ultima, per definirla con compioutezza: una birra agile, fin dall’abv (4,9% vol.). Assaggiata in bottilgia da 0,50 cl.; abv 4,9% vol.; © Alberto Laschi

 

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