Lupulus, White Cat & Farligwine

Ne parlavo ieri, delle ultime novità in casa Beer Here (una casa sempre molto “trafficata”); con le tre birre qui di seguito, invece, un passo nel presente produttivo di Christian Skovdal Andersen, un presente,in questo caso, declinato in casa della Søgaards Bryghus di Aalborg, nei cui impianti sono brassate sia la Lupulus, che la White Cat che la Farligwine.

Comincio da quella che mi ha meno soddisfatto, la Lupulus, un’apa da 4,7% abv, la cui sorte è già (per me) “preannunciata” nella breve descrizione che si trova sul sito del produttore danese: un’apa nella quale “il morso amaro del luppolo è del tutto innocuo“. Pur giocando sul nome latino  del luppolo (humulus lupulus) e sulla sua “sinistra” fama di “strangolatore” delle altrui piante sulle quali, allo stato selvatico, si avvinghia, arrampicandosi, questa Lupulus non mantiene quasi per niente fede al propio nome e al proprio destino, apparentemente iscritto nel nome stesso. Una birra un po’ annacquata, arrotondata fino al suo parziale svilimento, niente di amaramente esplosivo in bocca, pochissime e relativamente volatili le sensazioni esotico-fruttate che i numerosi luppoli usati (dicono dalle parti di Beer Here) dovrebbero portarsi dietro. Più naso che corpo, bello il colore (un ambrato per niente banale) ma scarsa la schiuma, frizzantezza latitante, morbidezza maltata tutta da dimostrare. Se l’intenzione era quella di fare un birra legggera, ci sono riusciti, vista la gradazione alcolica; ma se volevano farla diventare anche beverina, allora la scommessa è stata persa: si beve, ma va giù troppo velocemente e troppo anonimamente. Bottiglia sfortunata?

Medesima gradazione (4,7% abv), medesima ricerca del buono e del leggero, questa volta con un esito finale decisamente più gradevole. Una birra per la stagione estiva, questa White Cat, una wheat ale con tutte le carte in regola per farsi decisamente largo nella (non numerosissima, fra l’altro) schiera delle birre “dissetanti” e “rinfrescanti”. Una birra di frumento “di razza” (50% è la percentuale con la quale il frumento è presente in questa birra) con un lievito misuratamente neutro e una luppolatura discreta, ma non anonima, fatta con il solo nelson sauvin. Bello e gradevole il “miagolio” luppolato che sale sia al naso che al palato, delicate le note fruttate e delicatamente esotico-vinose, che sono evidenti più al palato che al naso. Il lievito lo si intuisce e basta, piacevolmente sommerso dalla grande freschezza gustativa che questa birra regala fin dal primo sorso; la schiuma e la frizzantezza non sono il pezzo forte di questa birra, ma timbrano il cartellino comunque con un voto decisamente al di sopra della sufficienza. Una birra compiuta, dissetante all’estremo, leggera senza per questo diventare impalpabile: una birra che ricomprerei molto volentieri, da tenere pronta in cantina per sconfiggere i primi caldi estivi

E alla fine una barley wine, in una escalation alcolica corretta, e in una progressione qualitativa consistente. Christian è bravo anche in questo caso, mettendo a regime in una birra importante le proprie capacità tecniche e la propria  “visione” delle cose (birrarie). La Farligwine è una barley wine di “impostazione” americana (lo dichiara nella scheda presentativa della birra lo stesso Christian):  costruita con malti pale ale e chokolat, svezzata con i luppoli centennial simcoe chinook, per un abv finale di 9% e 100+ IBU, segno che non ci è andato davvero leggero, con il luppolo. Un attacco robusto di calore maltato, in bocca, poi una brusca sterzata incontro ad una amarezza secca e pungente. Niente di esotico, niente di fruttato, ma una secchezza aspra che lava il palato e la lingua, generando un finale sorprendenetemente asciugante. Era partita, al naso, con una sensazione diffusa di malto caldo e robusto, con un sovrappiù di “alcolico” che fa balenare alla mente un che di invecchiamento in botte (come di whisky): qui, al naso, il luppolo gioca a nascondino molto bene, rimanendo al coperto fin quasi da ultimo. Più tostatura che luppolatura, più miele che spezie, una grande pulizia (olfattiva) finale, rinfrescata da una decisa sferzata luppolata. Rotonda e moderatamente frizzante, ha corsa lunga e non stancante, con una alcolicità consistente e diffusa: lascia di sè un ricordo più che pregevole. Da ri-bere, anche questa.

 

Lascia un commento