Due modi (italiani) di fare il (?) barley wine

Birre dalla grande tradizione e dalla storica matrice anglosassone, le barley wine sono una esperienza produttiva irrinunciabile per un qualsiasi birraio “serio”, dalla quale è quasi impossibile sottrarsi. Birre storiche, dalla lunga storia, i cui particolari avevo già cercato di “svelare” in un mio precedente articolo dedicato a questo augusto stile birrario. Non è che ne beva una tutte le sere, e neanche in tutti i periodi dell’anno: il caso (non proprio fortuito) ha voluto che l’altra sera abbia fatto doppietta in casa barley wine, bevendo e condividendo con altri amici due birre italiane di questa tipologia, due ottime birre (ma conoscendo i birrai, avevo pochi dubbi in prorposito).

La prima è stata la raffinatissima Sedicigradi di Birra del Borgo, fresca vincitrice della Double Gold Medal e del Grand International Champion Trophy al Beer International Recognition Awards di Tel Aviv. Una birra spettacolarmente complessa, e allo stesso tempo splendidamente gratificante, nata da un’idea di Leonardo nell’ormai “lontano” settembre 2007. Il progetto era quello di fare una barley wine come dio comanda, e la tecnica che viene messa in atto a Borgorose è di quelle sopraffine: si inizia con 650 litri di mosto, che diventano 300 dopo 4 ore di bollitura, che si passano 20 giorni nel fermentatore, per poi venire travasati in botti di rovere francese, con l’aggiunta finale di lievito di champagne. Nella cotta alpha si inserisce una vera e propria “variante”, rivelatasi poi determinante e quasi predittiva del futuro, legata al luogo di produzione. A Borgorose d’inverno fa freddo, molto freddo; per questo la fermentazione di questa birra si ferma, letteralmente, per 6 mesi, e riparte solo a primavera. Tempo totale di maturazione: 12 mesi, alla fine dei quali si procede all’imbottigliamento, in bottiglie da 0,375. Ma l’esperienza insegna e, a regime, la Sedicigradi si passa sedici mesi fra maturazione ed invecchiamento in barrique, che la restituiscono agli occhi, al naso e al palato di chi la beve, nelle vesti di uno splendido regalo. Il colore è quello dell’ebano, quasi impenetrabile e una volta svanita rapidamente la schiuma, la birra si fa riconoscere fra molte per il suo aroma terragno e legnoso, molto rustico, con un vinoso relativamente latente e note non marginali di vaniglia e frutta secca (noci). Il palato deve fare i conti fin da subito con la componente alcolica della birra, accentuata ma non troppo invadente; la Sedicigradi si fa conoscere ed apprezzare per la sua sorprendente morbidità e calore, per la sua avvolgenza fatta dei toni giusti del torrefatto e del legnoso, di una corretta e poderata maltatura e delle belle sensazioni finali di torrefatto (assieme ad una elegante nota di maderizzazione). Ha un equilibrio generale che rasenta la perfezione e una vita degustativa che si prolunga ben oltre lo sperato. Difficile farne a meno, una volta bevuta. Ti trattiene “solo” il costo, effettivamente ponderoso, come la gradazione di questa birra (16% abv).

Meno impegnativa ma egualmente ben costruita è la Torbata del’abruzzese Almond 22, una birra-omaggio alla tradizione dei whisky single malt scozzesi, per i quali Jurij Ferri nutre da sempre una grande ammirazione. Il malto impiegato per questa birra è lo stesso malto torbato dei suddetti whisky, in aggiunta del quale viene usato anche il miele di castagno. Molto vicina “caratterialmente” anche alle liquor malt anglosassoni, la Torbata mantiene fede al suo nome soprattutto al palato, al quale si esaltano le note affumicate/torbate tipiche del malto usato e che fanno tanto Scozia e Islay. Una birra morbida, non troppo alcolica (8% abv), dalla beva non complicatissima e non necessariamente confinabile al solo dopo cena da poltrona/sigaro/camino. Bel colore mogano con riflessi rossastri, schiuma fine e relativamente abbondante dal colore bianco sporco, ha un naso ricco e scaltro, nel quale si avvicendano con bel ritmo le note affumicate del malto, aromi che ricordano il cuoio e la pelle, il dolce caramelloso del miele. In bocca è più rotonda che robusta, per niente vischiosa, con malti, frutta rossa e frutta secca che ballano allegramente da una parte all’altra del palato: poca astringenza, una luppolatura sotto la linea dell’orizzonte (che però la svicola egregiamente dai rischi di una scarsa attenuazione) e la sensazione finale di torba che ritorna con bella prevalenza (e nessuna esagerazione), assieme al calore di un alcol consolante (l’immagine qui di fianco è ricavata dal sito web www.tempiodeisapori.it)

L’unica cosa da non fare, avendole eventualmente tutte e due a disposizione, è quella che ho fatto io: come l’ultimo dei trogloditi birrari, le ho bevute si in sequenza, ma facendo seguire la Torbata alla Sedicigradi. Assolutamente no, errore marchiano: la seconda ne soffre ovviamente troppo. E non le rende la dovuta giustizia. La prossima volta me ne ricorderò.

 

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