UK, il “vecchio” e il “nuovo”

Non bevo di frequente birra anglosassone, vuoi perchè dalle mie parti non ne arriva un gran che (di qualità), vuoi perchè non è che ne sia proprio un fervente ammiratore, vuoi anche perchè quella che “arriva”, spesso è proposta a dei prezzi esagerati. Ma quando mi capita l’occasione “buona”, di certo non me la faccio sfuggire, e ogni tanto qualche chicca riesco a bermela. Come mi è successo in questi giorni, quando ho messo su una soddisfacente doppietta birraria, con una birra “storica” (ma che fino ad ora mi era sempre sfuggita) e con un’ottima birra di un relativamente giovane birrificio scozzese.

La prima delle due è stata la Samuel Smith Old Brewery Pale Ale, della premiata ditta birraria di Tadcaster, in esercizio dal 1758. Una premium bitter parente stretta della Old Brewery Bitter (quella che si trova solo in cask), della quale è una versione un po’ più strong (1 grado alcolico in più). La classicità inglese, per come io me la figuro, il regno dell’equilibrio, questa birra, l’epitome di una storica cultura birraria che si incarna ancora con fierezza nei prodotti di birrifici storici come la Samuel Smith. L’acqua è quella che proviene dal pozzo artesiano posto 85 metri sotto la fabbrica stessa, acqua che dà “vita” a tutte le birre che lì si producono; i luppoli sono gli inglesissimi fuggle e goldings, i malti sono i migliori che si trovano sul mercato inglese,  il lievito è quello il cui ceppo originario viene fatto risalire ai primi anni del ‘900. Il tutto viene fatto fermentare nelle storiche vasche quadrate di pietra dello Yorkshire e imbottigliato nelle classiche bottiglie di vetro chiaro. E’ la radiografia di questa, ma anche di tutte le altre birre della Samuel Smith, sempre eleganti, sempre molto autenticamente “british”. Fra queste, la Old Brewery Pale Ale è una bitter senza un appuntito pungiglione luppolato, rotonda e watery, priva di spigoli ma comunque ricca di carattere. Note fresche di malto caratterizzano l’aroma, assieme ad incursioni agrumate e di frutta rossa leggermente asprigna; in bocca rotola giù che è un piacere, con un gusto morbido e caramellato, che viene decisamente “ripulito”  e rifinito da una luppolatura tutt’altro che esangue. Delicato e dissetante anche il finale, per questa session beer a tutto tondo. Assaggiata in bottiglia da 0,355; alc. 5% vol.; ©Alberto Laschi

100 miglia da Fraserburgh, quasi vicini di casa, quindi, di altri famosi birrai scozzesi, quelli di Brewdog. Sono quelli della Black Isle Brewery Co. di Munloch (nord della Scozia), operativi fin dal 1998, ma solo dal 2008 conosciuti non solo in loco, grazie ad un decisivo e cospicuo ampliamento degli impianti produttivi (fino ad allora poco più che artigianali) che ha loro permesso di implementare decisamente la produzione delle loro birre. Che non sono poche, e che sono  tutte  brassate mediante l’impiego di materie prime provenienti da agricoltura biologica, ivi comprese quelle che arrivano dall’azienda agricola di proprietà dello stesso birrificio. Hanno una malteria interna al birrificio, l’acqua la estraggono da un pozzo artesiano profondo 300 piedi, scavato nella dura roccia della Black Isle, il lievito se lo autocoltivano, il luppolo se lo stanno attualmente coltivando e sperano di poterlo presto utilizzare. Sono riuscito a bere, dagli amici Michela e Piso di Greve, la loro Geoffrey La Tortoise, la birra che porta il nome di una tartaruga che “bazzica” negli ambienti della fattoria scozzese. Una golden ale con i controfiocchi, perfetta per la spillatura a pompa, prodotta da non molto tempo (gennaio di quest’anno) con malto caramalt e malto di frumento, luppolata con pilgrim, cascade e nelson sauvin, usato, quest’ultimo, solo per il dry hopping. Leggera (4,8% abv), dorata, limpida come acqua di fonte (o quasi), dalla schiuma fine e avvolgente, ha carattere da vendere, senza per questo apparire arrogante. Tutt’altro: è accomodante e “invogliante”, davvero difficile smettere di berla, quando si comincia, per questa sua bella caratteristica di drinkabilità, con i luppoli che si auto-implementano, limando l’uno i possibili eccessi dell’altro. Un equilibrio quasi perfetto al naso e al palato, con una batteria leggera e soffusa di sentori agrumati, maltati e (un po’) minerali, che si avvicendano con regolarità e progressività, senza nessuna prevaricazione. Carbonazione very very soft, che ne completa alla perfezione il profilo; grande, grandissima beva, con un profilo generale generosamente rinfrescante;ottima la sensazione finale di asciutta completezza. Grande prova produttiva, una delle migliori golden ales mai assaggiate; speriamo di poterne assaggiare altre, delle loro birre. Ci sta che siano altrettanto ben fatte. Assaggiata hand pump; alc. 4,8% vol.; © Alberto Laschi

 

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