Rodenbach Vin De Céréale (2007)

Roeselare, Fiandre occidentali, 56.000 abitanti e il nome dall’etimologia “strana”: il nome è un temine composito dal neerlandese, con  “roes” (giunco) e “laar” (un luogo aperto). Dunque Roeselare significa: un luogo aperto al giunco (chissà mai cosa vorrà dire….). Ma a Roeselare , dal 1836, c’è un edificio e un nome che hanno fatto (e continuano a fare) la storia della birra mondiale. Non belga, mondiale. Il nome è quello della famiglia Rodenbach, l’edificio, o meglio, la serie di edifici è quella che comprende  lo storico ed omonimo birrificio di Spanjestraaat 133-141.  Una icona della birra belga (e mondiale), un lembo di terra consacrata, quella racchiusa fra le mura di questo birrifcio, che vede in Alexander Rodenbach l’iniziatore di questa secolare storia: espatriato da Coblenza, Alexander, nel 1821, acquista la Brouwerij et Malterie St. George, che ha i propri locali produttivi proprio in questo perimetro. Nel 1836 un suo parente ne acquista successivamente la proprietà, e nel  1864 terminano i lavori per la costruzione dei nuovi edifici della birreria, gli stessi che la ospitano (in parte) ancora oggi. Alcuni “pezzi  di storia” sono ancora ammirabili all’interno del birrificio: i due bollitori di rame, “riscattati” per 26.000 monete d’oro dai tedeschi che li volevano fondere per uso bellico; il bollitore di filtrazione, che è “solo” del 1929; il vecchio forno a carbone, nel quale la birreria ha maltato il proprio orzo fino al 1974, che è del 1864. Ma soprattutto la foresta dei 294 foeders, i maestosi tini in quercia di Slavonia (alcuni dei quali vecchi più di 150 anni), accuditi a tempo pieno da due bottai, e che “ospitano” la ricchissima  microflora (Brettanomyces compresi), responsabile di quella caratteristica acidità che fa delle birre di Rodenbach un prodotto più unico che raro. E’ il cuore del birrificio: dopo la fermentazione primaria e secondaria, la birra viene trasferito in queste enormi botti di legno per la maturazione (senza nessun a aggiunta di lieviti). La maggior parte di esse contiene 180 hl. di birra: 80 mm di spessore, 5 tonnellate di peso ciascuna e 23 tonnellate a “pieno carico”. Ci sono anche 18 foeders che hanno una capacità maggiore, 650 hl ciascuno: da vuote pesano circa 10 tonnellate,  75 tonnellate “a pieno carico”. 75.000 hl. circa la produzione annua del birrificio

Da una di queste botti, la 132 per essere precisi, è stata fatta una “vendemmia” speciale: era il 2007. E da quella botte viene travasato in 20.000 bottiglie da 0,375 il frutto finale di tre anni di invecchiamento accurato e centellinato: una sour ale da 10% abv, una birra one shot (mai più ri-prodotta ad oggi) al quale viene imposto l’importante nome di Vin de Céréale. Una birra totalmente diversa dalla Rodenbach Classic (che rappresenta il 90% della produzione della brouwerij, ottenuta da un mix fra il 25% di birra invecchiata almeno due anni e il 75% di birra giovane (con soli pochissimi mesi di invecchiamento); una birra che si discosta, e di molto, anche dalla Rodenbach Gran Cru, un mix di birra prelevata da diverse botti dopo essere invecchiata, mediamente, almeno 18 mesi. La Vin De Céréale è magnifica, davvero, e tutti queti anni passati ad invecchiare in bottiglia (la mia era, purtroppo, la 002564) l’hanno ancor più irrobustita e nobilitata. E’ una sour ale, ma si accosta, e di molto, anche all’altra nobilissima famiglia dei barley wine, per struttura, consistenza e note degustative. Ciò che la distingue, e contraddistingue, è la sua non innaturale acidità, quella decisa  screziatura acetica che aggiunge una prorompente variante e una particolarissima caratterizzazione, made only in Roeselare, appunto. Color cognac, quasi del tutto priva di schiuma, dalla carbonazione ancora vivace, che ne movimenta il profilo. Accanto a ciò, un naso sopraffino ed articolato: un superbo attacco vinoso, con una componente acida diffusa e marcata, accanto a note biscottate di malto, vaniglia e cereali, con l’imprinting legnoso classico di Rodenbach. Al palato è ancor più complessa, e “gustosa”: aspra e forte, abboccata e astringente, con alcune note mielate che all’inizio un po’ ingannano, e che lasciano rapidamente la scena ad una imperiosa deriva aspra e acida, quasi da lambic, con una sterzata finale sulle note più ferrose, minerali e sanguigne, oltre che legnose, che più si addicono ad una birra della famiglia delle oud bruin. Consistente ma non oppressiva, assolutamente non ponderosa, si fa bere con grande piacere, e scivola via, piacevolmente rotonda, in un finale caldo e alcolico, stemperato da una stupenda variante asprigna. 10% di abv e sentirlo poco, apprezzandolo tanto.

Una birra monumentale, per un vero e proprio monumento della storia birraria europea. Una brouwerij rimasta nelle mani della famiglia Rodenbach fino al 1998, quando viene ceduta alla Palm. Che ha avuto il buongusto e la lungimiranza commerciale di non stravolgere né la filosofia produttiva né i prodotti di Roeselare, che continuano ad essere apprezzati, ricercati, studiati e imitati in varie parti del mondo. Senza però riuscire a scalzarla dal gradino più alto di quel podio, sul quale Michael Jackson l’ha collocata, definendo la loro birra “la più rinfrescante al mondo”.

 

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