60 anni

Anno di grazia, il 2012, ricco di eventi e di “compleanni” per l’Inghilterra. Per la terza volta (a cominciare dal prossimo 27 luglio) si terranno a Londra (prima città al mondo a farlo) i Giochi Olimpici Estivi (le due edizioni precedenti furono quelle del 1908 e del 1948), mentre lo scorso 3 giugno 41 colpi di cannone hanno dato inizio ai festeggiamenti del Diamond Jubilee per i 60 anni di Regno della regina Elisabetta. Eventi e ricorrenze importanti che hanno relegato, ovviamente, in secondo piano un altro “compleanno”, molto importante per la tradizione birraria inglese. Alla fine delloo scorso maggio, infatti, la Marston’s Brewery ha “festeggiato” in pompa magna il 60° compleanno della sua flagship beer, la Pedigree. Un nome e una birra noti a tutti i consumatori più o meno consapevoli, non solo in UK, ma anche nel resto del mondo, una birra appartenente alla storia della birra iglese. Non fosse altro che per il metodo attraverso il quale ancora oggi la si produce negli stabilimenti di Burton on Trent, il Burton Union System. Creato da Peter Walker, birrario venuto da Liverpool, e brevettato nel 1838, consiste in un processo di fermentazione della birra attraverso un sistema fatto di botti comunicanti fra di loro (di solito ci sono batterie composte di 24 botti di quercia europea, ciascuna in grado di contenere 150 lt.). In pratica, la birra passa da un barile all’altro, durante la fermentazione, fino a depositarsi in vasche di fermentazione più ampie, nelle quali riposa dopo questi vorticosi spostamenti. L’areazione costante alla quale è sottoposta la birra durante questi continui spostamenti, apporta la giusta quantità di ossigeno al lievito, che “lavora” così nella misura più congeniale (qui si può vedere un breve ma completo filmato che lo descrive alla meglio).

Una birra che viene da lontano, quindi, e che per 60 anni è riuscita sempre a ritagliarsi una larga fetta di consumatori/estimatori, fino da quando, nel 1952, Sydney Evershed, l’allora Amministratore Delegato della Marston, Thompson & Evershed, annunciò all’Assemblea Generale Annuale dei soci l’inizio della commercializzazione di questa birra “purosangue”, l’ultima (e definitiva) discendente di razza della nutrita batteria di birre della Marston’s. Birra il cui nome lo si deve a Marjorie Newbold, una “normale” dipendente della Marston’s stessa, che partecipò (vincendolo) ad una specie di concorso interno alla brewery, indetto proprio nello stesso anno e mirato alla scelta del nome da “imporre” a questo nuovo cavallo di razza. Un cavallo di razza per una birreria di razza, fondata a Burton On Trent nel 1834 e spostatasi, nel 1898, al Brewery Albion, dove l’azienda ha ancora oggi la propria sede, nella cittadina inglese che alla fine del XIX secolo era la vera e prorpia capitale birraria del mondo. Grazie alla particolari proprietà dell’acqua del sottosuolo e alla strategica posizione geografica, nel 1870 Burton, al culmine della propria parabola produttiva, contava 26 fabbriche di birra, 104 maletrie, 76 negozi nei quali si mesceva birra, 20 fabbriche di botti di quercia. Cittadina che aveva rifornito, con le proprie birre, anche la corte degli zar a San Pietroburgo con birre scure,  dense e “sciroppose”, e che dal 1822 in poi, quando la Russia applicò alle birre inglesi una tassazione proibitiva, rivolse la propria attenzione commerciale alle Indie, dove cominciò a spedirvi birre rese più chiare e più amare per venire incontro ai gusti dei dipendenti civili e militari della Compagnia delle Indie Orientali.

La Pedigree che si beve oggi è l’ulteriore trasformazione del modo di produrre a Burton, legato, ovviamente, anche alle mutate richieste del mercato. Nulla di “solido” o “sciropposo” come le birre dei primi anni del 1800, non una ipa di stampo inglese come le birre che partivano a metà del XIX secolo per le Indie, ma una bitter di 4,5% abv, brassata da 60 anni con il solo Maris Otter e i luppoli Fuggle e Goldings. Ma soprattutto con l’inimitabile acqua di Burton On Trent, che risale alla superficie dopo aver attraversato strati di ghiaia, marna, argilla e arenaria, ricchi di gesso e magnesio, acque che riescono a tirar fuori dai malti e dai luppoli usati il meglio delle loro caratteristiche e che conferiscono alle birre che lì si brassano una caratterizzante nota amara e il rinomato aroma leggermente sulfureo. L’ho bevuta pochi giorni fa nella classica bottiglia da 0,50 cl., “rivestita” non dalla solita label, ma da quella originale del 1952, molto vintage, rimessa in giro per celebrare il 60° compleanno di questa birra. Non una birra eccezionale, devo dire, ma una birra “pulita”, col classico colore biondo aranciato molto british, la schiuma che da fine, cremosa e abbondante si assottiglia con molta rapidità, fino a formare il solito mezzo dito di spessore. Naso poco ricco, corpo leggero e molto ripulito, una leggera caratterizzazione maltata e un finale nel quale il luppolo compare con decisione a riempirla di un amro non esacerbato. Scarsa la frizzantezza, ma veloce e dissetante la beva. Una birra della “classicità”, non una bevuta memorabile, ma comunque un tuffo nella storia del gusto e del modo inglese di brassare. Una birra che ha anche suscitato anche polemiche più o meno a distanza fra esperti del settore (Martyn  Cornell e Roger Protz, ad esempio, non la pensano alla stessa maniera sull’ aderenza storica di questa birra allo “stile classico” delle birre fatte a Burton), ma che non si può non aver bevuto almeno una volta nella vita. Solo per capire “come bevono” e “cosa bevono”gli inglesi. Da decenni.

 

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