Preview del Villaggio: Birrificio Amiata

2006: è l’anno ufficiale di nascita del Birrificio Amiata: i protagonisti di questa storia, profondamente legata alla passione birraria di entrambi e al loro legame con il territorio, sono i Cerullo’s Borthers,  la cui famiglia, originaria di Marano (Napoli), si stabilì ad Arcidosso dopo che il padre, carabiniere, vi fu trasferito dall’Alto Adige, dove aveva precedentemente prestato servizio. Il birrificio nasce dalla passione di Claudio, il “birraio” dell’Amiata (Gennaro lo coadiuva nella produzione e si occupa della parte commerciale ed amministrativa). Chimico, “quadro” importante dellaSanofi Pasteur, la passione per la birra, a Claudio, nasce e si alimenta nel corso dei suoi numerosi viaggi di lavoro: Belgio, GB, USA, Svezia, Rep. Ceka, Germania, tutte nazioni nelle quali ha modo di conoscerne ed apprezzarne birre e produttori. Soprattutto quelli “piccoli”, quelli che si accostano al produrre con la filosofia e la prassi dell’artigiano. E comincia anche lui, a fare l'”artigiano” della birra: nel 2002 inizia, come tanti, il percorso dell’homebrewing, che lo porta, un anno dopo all’acquisto del primo piccolo impiantino semi-professionale. Nel 2006 l’esperienza maturata sul piccolo impianto e, soprattutto, la passione per questo prodotto, spinge Claudio a fare il grande passo: acquista un impianto Braumaster da 2,20 hl a cotta (oggi l’impianto è un SImatec Zingarelli da 12 hl. a cotta) e diventa un “birraio di professione”. Quattro le birre con le quali esordisce: Bastarda Rossa (che diventerà la flagship beer dell’Amiata), Aldobrandesca (dedicata ai conti di Santa Fiora, i “signori” dell’Amiata), ComunAle, Drago della Selva (che deve il nome alla leggenda del Drago ucciso da San Giorgio sul monte Amiata, la cui mascella è “conservata” nell’Abbazia della Selva). Le birre sono progressivamente “lievitate”, tanto che l’attuale portfolio dell’Amiata ne comprende 14 tra fisse e stagionali, più altre 4  realizzate per il distributore Turatello e 4 dedicate alla vicina Maremma, “marchiate” con il logo Birra del Buttero, per una produzione che oggi si attesta su 1000 hl, il 15% in fusti e l’85% in bottiglia (Contessa, Bastarda Rossa e Comunale le birre più vendute). Birre arricchite dall’uso dell’acqua dell’acquedotto del Fiora, che con la sua durezza pari a 5° francesi e la scarsità di altri minerali disciolti si dimostra particolarmente adatta alla produzione birraria. Nomi e prodotti del territorio associati alle birre amiatine, dicevo all’inizio: della Aldobrandesca e del Drago della Selva ho già detto, la Contessa porta il nome della radura, detta Prato della Contessa, che si trova in cima all’Amiata, la Zancona (prodotta con segale e anice) ha lo stesso nome dei campi di segale dell’Amiata, il nome della Cinabro (una barley wine) deriva dal minerale a base di mercurio molto diffuso sull’Amiata, la Marruca è aromatizzata con il miele ottenuto dall’omonimo arbusto spinoso che cresce sulle pendici della montagna, la Bastarda Rossa porta il nome di una delle tre tipologie di castagne IGP che crescono sull’Amiata, la Crocus porta il nome della coperativa maremmana che associa 31 produttori di zafferano della Maremma, usato per la birra, la San Niccolò è la birra dedicata al santo patrono di Arcidosso. Tutto ciò solo per farne un accenno: ci sarà l’occasione per approfondire il concetto ogni volta che parlerò di una delle loro birre. Oggi comincio con tre, appartenenti a tre diversi segmenti produttivi del birrificio amiatino.

Per aromatizare la Marruca (birra della linea “classica”) adoperano il miele di marruca, ricavato dai fiori dell’ arbusto spinoso che cresce sulle pendici dell’Amiata (e in Maremma), usato frequentemente per costruire siepi anti intrusione e recinzioni “naturali” dei campi, a protezione del bestiame al pascolo. Narra la leggenda che da questo arbusto (Paliurus spina-christi, della famiglia delle Rhamaceae) siano state ricavate le spine necessarie a comporre la corona che fu calcata a forza sulla testa del Cristo. Di questo arbusto sempreverde non si butta via niente (dai frutti, alle foglie, ai fiori) e proprio dai fiori della marruca le api locali ricavano un miele abbastanza raro, dal colore ambrato, dal gusto inizialmente pungente, ma che poi rivela note dolci di caramello. Una birra al miele, la Marruca, ma non mielosa. E’ birra asciutta, quasi astringente, dall’equilibrato mix di luppolo/miele che regala davvero un’ottima bevibilità. Scordarsi, quindi, i “dolcioni” nei quali spesso capita di imbattersi quando si tratta di honing beers. Secca fin dall’aroma, leggermente ruvida e nettamente floreale, la Marruca regala il meglio di sé al palato, che ringrazia sentitamente per il corretto equilibrio fra il caramello del malto (6 le tipologie usate), la robusta carica alcolica del miele e la freschezza del luppolo (americano e tedesco). La frizzantezza decisa aiuta, il bel colore dorato “acchiappa”, la schiuma è più che corretta. Una bella birra. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc 6,5% vol.; © Alberto Laschi

Su Ratebeer è “descritta” in questa maniera “fulminante”: Styled upon Leipziger Gose, with an Italian twist. Il potere della sintesi, per una birra particolarissima, la Marsilia della linea produttiva detta Birre del Buttero. Linea di birre (quattro) dedicate ad uno dei personaggi simbolo del litorale della bassa toscana, il cowboy maremmano, il buttero. Una golden ale “atipica”, brassata con l’aggiunta di sale marino e di alghe, nel tentativo di avvicinarsi almeno un po’ a quella tipologia di birra quasi “sacra” delle gose tedesche. E non ci sono andati proprio lontanissimi, all’Amiata, con questa bella e sbarazzina birra, leggermente sapida sia al naso che al palato, con un finale decisamente asciutto e astringente. Fresca, molto beverina (a differenza della Saltinmalto di Bi Du, altra birra “simile”), acutamente frizzante (anche un “capellino” troppo), dalla corsa equilibrata e dal finale decisamente interessante. Il nome, anche questa volta, non è stato scelto a caso: ricorda Margherita Marsili (la bella Marsilia), figura semi-leggendaria, senese di origine, rapita dal pirata Barabarossa nel 1543 sui monti dell’Uccellina e che si ritrovò schiava nell’harem del sultano Solimano di Costantinopoli, del quale diventò la favorita e al quale  regalò 5 figli. Assaggiata in bottiglia da 0,75 cl.; alc. 4,5% vol.; © Alberto Laschi

Per questa birra il complice dei Cerullo’s Brothers è stato Mike Murphy, l’americano che nel 2003 era a Roma e faceva il birraio alla Rome Brewing Co., che produceva le birre per lo Starbess, primo brewpub romano. Mike è venuto giù dal nord, da Stavanger, in Norvegia, dove adesso è mastro birraio alla Lervig Aktiebryggeri, per brassare ad Arcidosso un‘ipa alla segale, la Rye’ccomi, (bellino il gioco di parole racchiuso nel nome della birra), per la quale i tre hanno dichiarato di aer usato “dosi elevate” di Amarillo e Simcoe. Una birra più secca e asciutta di quanto mi aspettassi, nettamente spostata (ma non sbilanciata) sul versante della asciuttezza agrumata, con note di pomplemo e di arancia amara che ne tratteggiano con decisione il profilo (aromatico e gustativo). Non molto carbonata, di un bell’arancio relativamente pallido, con una schiuma che un po’ gioca sulla propria consistenza, una birra che si beve e prosciuga, che disseta e invoglia, che rinfresca e pizzica. Volutamente esile di corpo, ha alcolicità media (6,2% abv) e non invasiva, IBU marcato (90) e aggressivo. Perfetta per l’estate (e per il Villaggio, dove ci sarà, alla spina). Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl.; alc. 6,2% vol.; © Alberto Laschi

 

2 Responses to “Preview del Villaggio: Birrificio Amiata”

  1. Preview del Villaggio: Amiata (2) | inbirrerya

    […] Ultimo post prima delle vacanze estive, dedicato ancora ai birrifici italiani (e alle loro birre) che saranno presenti all Villaggio settembrino, ormai alle porte. E’ la volta del “secondo giro” dell’ Amiata, con quattro delle sue birre (al Villaggio, lo ricordo, porterà la nuova Bastarda Rossa, la Contessa e la Rye’ccomi) […]

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