Lagunitas e la sua ipa

E’ un american pit bull terrier e lo hanno messo nel logo ufficiale della brewery: è inconfondibile, direi. E’ Petey, il cane che faceva parte del cast della serie cinematografica americana degli anni ’20 – ’30 Simpatiche Canaglie (Our gang, poi ri-etichettata Little rascals), considerato da Tony Magee, fondatore e proprietario della Lagunitas Brewing Co., la vera star, più della banda di allegri monelli protagonisti della serie. Ha un occhio cerchiato di nero, suo tratto distintivo sia nella serie cinematografica che nel logo, ma è solo un artificio di scena, disegnato dall’allora famoso truccatore hollywoodiano Max Factor. Particolari fin dalla scelta dell’immagine identificativa, quindi, Tony Magee e la sua brewery, aperta nel 1993 nella cittadina californiana di Lagunitas (una settantina di km. a nord di San Francisco) e spostata quasi subito di pochi chilometri a Forest Knolls, per poi accasarla definitivamente, appena un anno dopo la sua apertura, a Petaluma (22 miglia da Lagunitas), dove ancora oggi si trova. E’ conosciuta (e apprezzata) da molti per la sua  iconoclastic interpretations of traditional beer styles, and irreverent descriptive text and stories on their packaging, e per la sua grande qualità, riscontrabile in tutte o quasi le sue numerosissime birre fin qui prodotte (Ratebeer ne recensisce 68 e ne menziona altre 37). Merito di Tony Magee, l’anima della brewery, alla quale si dedica a tempo pieno dal 1998 (dopo aver smesso la sua attività “parallela” nel campo del marketing), che nonostante possa contare attulamente su 92 dipendenti supervisiona (assieme alla moglie) progettazione, produzione e spedizione di tutto ciò che prende vita nel proprio birrificio, protagonista di una fra le crescite produttive più rapide fra i birrifici artigianali americani, balzando dai 26.000 barili di birra prodotti nel 2004 ai 106.000 del 2010. E Tony, visto il successo ottenuto, ha alzato ancor di più l’asticella,   stanziando un bel mucchio di dollari per la costruzione di un nuovo birrificio a Chicago e puntando alla bella cifra di 600.000 barili di birra da produrre ogni anno, a partire dal 2013. Progetti quindi in grande espansione, e chissà che non ritorni in ballo anche il progetto, annunziato un anno fa, di aprire un proprio birrificio in Europa: Tony aveva già buttato l’occhio sul Vecchio Continente, indicando come paesi  “papabili” per ospitare la propria attività Scozia, Italia o Germania meridionale.

Intanto, dalle parti di Petaluma, si continua a puntare moltissimo su di un vero e proprio cavallo di razza, la loro Lagunitas IPA che ancora oggi è l’indian pale ale più venduta in tutta la California e rappresenta, per la brewery, il 60% del proprio business. Made with 43 different hops and 65 various malts: così è scritto nella descrizione di questa birra sul loro sito internet. Non so se è vero (tenderei a non crederci) o se è una delle “solite” provocazioni made in Lagunitas: la cosa certa è che la ricetta non è cambiata dal 1996, assicura Tony, quando era una delle birre più luppolate che qualcuno potesse assaggiare. Una birra che ha una spina dorsale dritta e solida di malto, e che si aggrappa con tutte le sue forze ad una progressione luppolata che ha il suo culmine (e la sua perfezione) in un finale sontuosamente agrumato e resinoso. Di sicuro, fra i 43 different hops ci sono Cascade e Centennial, come fra i 65 malts il Crystal è in prima fila: tutti e tre contribuiscono (perfettamente), ciascuno per la propria parte, a fare di questa ipa di “appena” 6,2% abv una superbo esempio non solo di ipa, ma anche di session beer. La medietà come risorsa perseguita e declinata in tutte le sue variabili: corpo “mediamente” watery, frizzanteza moderata, moderata alcolicità, per una birra con la quale non ci devi combattere, ma alla quale ti devi, e ti puoi, abbandonare. Naso fresco e delicato di agrumi e frutti tropicali, con una nota delicata di melone e un finale delicatamente biscottato; sapore altreattanto gradevole e ruffiano, con la sequenza a parti invertite. Parte il malto, poi arrivano, in sequenza, sensazioni fruttate, che ricordano quelle già apprezzate al naso, una leggera parentesi “balsamica” e un finale decisamente erbaceo ed astringente.  Un’ Ipa costruita a tavolino per farti venire voglia subito di un altro sorso, il cui equilibrio e carattere “gentile” (per una ipa) le permettono di catturare anche i palati più restii agli assalti luppolati. Il formato americano (la vendono  nei six packs) è quello perfettamente pericoloso, ma anche decisamente necessario. Peccato che non si riesca a trovarlo dalle nostre parti.

 

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