Preview del Villaggio: Birrificio Bruton

Sul proprio profilo Facebook la “banda” del Bruton (Iacopo Lenci e Andrea Riccio) si presenta così: “Produciamo e vendiamo felicità in bottiglia. In sei gusti, formati diversi. Può causare ilarità”. Sul sito “istituzionale” del Birrificio campeggia invece la seguente dichiarazione (d’intenti): Le birre BRùTON sono create con estrema cura ed un profondo studio delle tecniche di birrificazione, alla ricerca di sensazioni con profonde evocazioni ataviche ed emozionali “, con i successivi, doverosi riferimenti alla civiltà minoica e a Creta, dove la birra veniva chiamta, appunto, βρυτον. Fulminante, sintetica e perfettamente esplicativa la prima, più misurata e formale la seconda: qual è quella che più gli rappresenta? “Caratterialmente”, la prima, “professionalemnte” la seconda. Al Bruton si fanno le cose (cioè le birre) per bene, magari ridendo e scherzando, con quel pizzico di sana baldanza che molti birrai hanno nel proprio DNA; ma si casca sempre da ritti, con le loro birre. Regalano davvero quel pizzico di felicità che non guasta, con la loro eleganza misurata e la loro fantasia mai sopra le righe. Iacopo Lenci, dicevo, e Andrea Riccio, l’iniziatore e il boss del Bruton e il suo braccio destro, che ha preso il posto di Alessio (Allo) Gatti, il primo mastro birraio del Bruton, un paio di anni fa. Figlio (Iacopo) di Agostino Lenci “acclaimed winemaker” (come dicono in America) della Fattoria di Magliano (45 ettari con vigne di sangiovese, merlot, cabernet, sirah, vermentino, vicino a Magliano in Toscana), dopo anni passati a fare l’homebrewer, a studiare di cinema, a vagare per Londra, decide nel 2006 di tentare l’avventura della produzione di birra artigianale, con il sostegno del padre e di Ubaldo Cerri, persona di grande esperienza nel settore dell’intrattenimento a Lucca e dintorni. Ristruttura a San Cassiano di Moriano un grande edificio che nel corso del tempo ha subito varie trasformazioni “d’uso”: all’inizio brewpub (con impianti a vista) e ristorante al piano superiore, poi solo ristorante e birrificio (le spine del pub “scompaiono” per far posto all’allargamento degli impianti), poi solo birrificio, in attesa della ristrutturazione del settore mangeria. Appassionato degli stili inglesi e belgi, Iacopo trova in Andrea, le cui simpatie sono più “spostate” sul versante tedesco, una valida spalla e un significativo alter ego con il quale confrontare le proprie idee e affinare le proprie intuizioni. Che si sono materializzate, fino ad ora, in sei birre “stabili” e una stagionale. Tutte hanno subito una “rivisitazione” nel momento in cui Andrea ha preso il … mestolo in mano: alcune, come dice lui, hanno cambiato non stile, ma approccio, tutte sono caratterizzate dalla monoluppolatura (cascade per Dieci e Lilith, Northern Brewer per St. Renna, Momus, Stoner e Bianca, Hallertau Hesbrucker per la Bruton). 200.000 (circa) le bottiglie che partono da San Cassiano di Moriano, e  che arrivano non solo in Italia, ma anche (e/o soprattutto) in Nordamerica (Usa e Canada), mercato molto importante (e promettente) per il birrificio lucchese. Tanto che se vuoi trovare qualche intervista/notizia su Iacopo e/o il birrificio è più facile trovarla sui siti in lingua inglese di quelle parti là che su quelli italiani. Altri progetti sono adesso in corso d’opera, come l’invecchiamento in botti di rovere di alcune loro produzioni classiche: l’hanno cominciato a “testare” da poco, dopo essersi messi in pari (per quasi un anno) con la produzione stessa, “stressata”, per fortuna loro, dal grande successo che i loro prodotti hanno riscosso. Dop0 sei anni di attività quindi, il Bruton sarà al Villaggio, in compagnia dell‘Amiata dei Cerullo’s Brothers e all’Olmaia di Moreno Ercolani, il terzetto di birrifici che ha fatto indubitabilmente la “storia” produttiva della birra artigianale in Toscana. Al Villaggio porteranno Bianca, Bruton di Bruton, Stoner, Lilith e Momus, tutte alla spina, che ho avuto modo di ri-testare ultimamente.

Per prima, l’ultima: la Bianca, infatti, è l’ultima nata in casa Bruton, una biere blanche di chiara matrice belga, ma messa su e rifinita anche con una materia prima quasi a km.0, il farro IGP della Garfagnana (quello usato anche dal vicino Roberto Giannarelli di Petrognola), coltivato in maniera esclusivamente biologica sulle colline appena dietro il birrificio. E’ Bianca, e non lo nasconde per niente, fin dal colore, che è di un giallo paglierino virante leggermente sul lattiginoso.  E che è una biere blanche classica lo si riconosce da un secondo im portante particolare: la speziatura data dall’uso delle bucce d’arance (e un po’ di pepe bianco). E’ fresca, molto fresca, sia al naso che al palato, ha morbidità quasi setosa, grazie all’uso calibrato di malti (d’orzo, caramello e di frumento) che riescono a limare un po’ della rusticità che i cereali non maltati di solito portano in dote. Alcolicità misurata (abv 5%) e frizzantezza ben costruita, che non frappone ostacoli alla degustazione, riuscendo, nel contempo, a sostenerne adeguatamente la bevuta. Agrumata, soprattutto, rotonda e non esile, con una leggera nota  amaricante nel finale (Northern Brewer) che la ripulisce quasi perfettamente.  Un bel bere.

Un nome “importante” (Lilith) per una birra altrettanto significativa. La figura di Lilith ha attraversato numerose culture e religioni (quelle mesopotamiche e quella ebraica in primis), assumendo di volta in volta caratteristiche e rappresentazioni simboliche nuove e diverse. Da demone femminile (associato al vento e alla tempesta) apportatore di disgrazia, malattia e morte, a prima moglie di Adamo (precedente a Eva), che fu cacciata perchè si rifiutò di obbedire al marito, per finire, nel XIX secolo, a diventare l’incarnazione del simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile.  Una storia nel nome, quindi, di questa american pale ale made in Lucca, dalla moderata gradazione alcolica (5,5% abv) e dalla monoluppolatura made in USA (Cascade). Una signora birra, bisogna dirlo subito: maschia ma non muscolare, rustica ma non grezza, asciutta ed essenziale, si fa bere con grande soddisfazione (e relativa moderazione). E’ birra che non perde mai il filo, lineare e corretta in tutte le sue fasi: di un ambrato grezzo e relativamente velato, è granulosa e piccante sia al naso che al palato. Una bella luppolatura (cascade) senza se e senza ma, che non si trasforma in un fastidioso bombardamento a tappeto; rassicurante la sua effervescenza, che l’accompagna deliziosamente per tutta la durata della beva, ottima l’asciuttezza rustica e lievemente fruttata del finale. Una session beer, di quelle giuste, da poter bere e ribere, ma non alla rinfusa perché è birra seria e non ruffiana, alla quale si deve portare il rispetto dovuto ai prodotti di qualità.

 

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