Il Podere Elisa

Perchè molto l’Indipubs reggiano deve a questo splendido posto, dove si sta bene e si mangia ancora meglio. Seconda edizione reggiana dell’Indipubs, sulla cui collocazione temporale qualcuno (me compreso) aveva nutrito dei dubbi. Sette pubs e una marea di birre, dalla vorticosa rotazione, con laboratori, presentazioni e forum specifici per gli operatori del settore: tanta … birra al fuoco, contornata e sostenuta dall’ottima offerta culinaria che lo staff del Podere Elisa anche questa volta ha saputo offrire. Nel raccontare si corre spesso il rischio di semplificare e c’è sempre la consapevolezza che è davvero difficile ricostruire e ridisegnare per gli altri atmosfere, sensazioni, “chiacchiere”, bevute in solitaria o in compagnia. Mi aiuto con due “scene”: la location di entrambe è il banco delle spine del TNT. Prima scena: arriva sparato (la prima volta) un signore di mezz’età con il bicchiere in mano, che mi chiede: “per piacere, mi dia la birra più simile ad una Heineken che ha!” Erano la faccia e la richiesta di un neofita, capitato lì magari per caso, ma già “provato” (penso) da qualche assaggio (fatto, ri-penso, a casaccio) di birre “troppo” diverse per il suo palato, abituato ad un target birraio molto più basico. Invece di offendermi, gli servo la birra più tranquilla che abbiamo, la Mug Bitter di Scheldebrouwerij, e lo saluto. Nel corso della serata, lo stesso signore è ritornato più volte al banco del TNT, e dopo la seconda Mug ha accettato di “farsi guidare” alla scoperta anche delle altre birre, (una belgian ipa, una triple, una belgian ale), senza “opporre resistenza”. Missione compiuta: un altro strappato al mondo dell’einechen (forse). Seconda scena: ragazzotto, maggiorenne o poco più, occhio sveglio, postura e movenze da bevitore allenato/consapevole. Mi racconta della sua (abbastanza) recente conversione al mondo della birra artigianale, dopo anni di Corona/Tennent’s/Beck, una conversione senza se e senza ma, a sentir lui. Mi snocciola, con la sicurezza di chi è “posseduto” dal sacro fuoco della vera conoscenza, dei suoi nuovi orizzonti gustativi, delle sue nuove fascinazioni olfattive, delle tipologie birrarie (anche quelle estreme) che ha avuto occasione di scoprire. E, bevendo, mi dimostra, senza alcuna saccenza devo dire, la sua effettiva ed efficace conoscenza di luppoli, malti, lieviti e del loro avvicendarsi nella beva. Non sarà stato il ragazzotto made in Rome assatanato di ipa e terrore di tutti o quasi i publicans della capitale,  ma promette comunque bene. Era (è) uno della setta (nostra), o, meglio, della “famiglia”.

Tutte e due le tipologie di questi bevitori hanno trovato pane per i propri … bicchieri a Vezzano sul Crostolo: tanta birra, tante birre e, dietro le spine, chi te le sapeva raccontare al meglio.  Anche io ho partecipato al pellegrinaggio fra le varie spine e pur, ovviamente, non avendo assaggiato tutto quello che c’era in giro, qualcosina mi ci è rientrato di bere. Il panorama era davvero vasto e, a parte due o tre “robe” estreme (per il mio palato), l’insieme mi è parso abbastanza equilibrato. Per “benedizione” ho comiciato da sua maestà Cantillon, tributo pressochè obbligatorio: una Sint Lamvimus sempre elegante ed altera, più fruttata che vinosa (scontava forse il giorno e più di fusto attaccato alla spina) e una Vigneronne aggressiva e poco misericordiosa come dev’essere e come mi ricordavo. “Ripassino” per la 24k di Brewfist, in ottica Villaggio: sempre un bel bere, classicamente e delicatamente beverina, il malto al posto giusto, la quantità (e la qualità) giusta di luppolo per mandarne giù in quantità, e”ripassino” anche per la Seta del Rurale in ottica …. futura, che ho apprezzato in assoluto e che mi ha “soddisfatto” più della sua versione aromatizzata al bergamotto, assaggiata all’IBF di Milano. Curiosa ma ben fatta la Koyt dell’olandese Jopen, che mi ha ricordato un po’ la belga Gageleer, per le sue note erbacee piccanti e in parte medicinali. Spaziale la Lustro che gli olandesi di Emelisse hanno brassato in esclusiva per la Locanda del monaco Felice: una imperial stout ricca di malti da whisky olandesi e chicchi di caffè, che regalava la sintesi di entrambi, con una eleganza e una semplicità davvero rimarchevoli. La più spiazzante? La Freigeist Deutscher Porter, una DDR-porter, importante sottolinearlo, di ben 8% abv, brassata con l’aggiunta di Brettanomyces e sale. E’ una birra-ossimoro, direi, stravolta nella sua originale “dolcezza” dalle note salato/acide del tutto prevaricanti. Non so se definirla un esercizio di stile, una provocazione “di stile” o una scemenza di stile: non mi è proprio piaciuta, anche se tecnicamente devo dire che non presentava … difetti. Le italiane: molto buona, nella sua personalità delicata ma non esile, la Dirty Arrogant, la saison che Stavio ha brassato per l’Arrogant pub, un po’ meno convincente La Martora, la triple ancora di Stavio, al banco dela Macche: sarà perchè a me non piace troppo il miele, ma in questa birra ce lo sento tanto, il miele millefiori, che monopolizza un po’ troppo la beva. Meno aggressiva del temuto la Æresis di Elav, una black ipa da 7% abv luppolata in continuo con il nuovo luppolo americano (l’ HBC369 della Yakima Valley), costruita su 5 malti e speziata con il pepe nero indiano, scorza d’arancio e coriandolo: buono l’equilibrio generale, non aggressiva la beva, delicata la speziatura, azzeccata la monoluppolatura. Questo luppolo promette davvero bene. E infine la Pioneer Pale Ale, del progetto american-norvegese-reatino Rome Brewing, nel quale Mike Murphy recita il ruolo di protagonista. Una birra “riesumata”, la madre di tutte le i(talian) pale ale, brassata per la prima volta nel 2001 per il mitologico Starbess di Roma: la prima, in Italia, con i luppoli americani, che ancora oggi fanno bella mostra di sè (cascade e chinook) nella versione 1bis ribrassata da poco sui vecchi impianti di Birra del Borgo. E’ un bel bere: leggera (5% abv) e moderata, un leggero attacco esoticamente fruttato e una sensazione generale di grande freschezza, mai appesantita da una caramellosità inopportuna e/o da una luppolatura troppo maschia. Curioso di vedere l’evoluzione del progetto. Tre citazioni veloci sulla Valeir Extra, sempre molto aggressiva e dal carattere “scattoso”, sulla Mug Bitter (che ha fatto la gioia di chi voleva “rilassare” un po’ palato e testa) e sulla Delirium Tremens alla spina, che ha fatto luccicare gli occhi a più di un appassionato dai capelli un po’ grigi.

Alla Freigeist Abraxas, alla Belle Fleur di Dochter van der Korenaar e alla Tournay Triple di Cazeau dedicherò dei post ad … personam in questa settimana.

 

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