Elav

Secondo “strascico” (indiretto) dell’Indipubs e seconda parte del compleanno “composito” della Birroteca di Greve: due piccioni con una fava. L’aver assaggiato al podere Elisa la Æresis mi pconsente di parlare con ancor più cognizione di causa di un birrificio che conoscevo solo in parte. Dopo alcune birre del progetto Buskers, a Greve è stato il turno delle birre del birrificio bergamasco Elav, nato non da molto (2010) a Comun Nuovo, di proprietà di Antonio Terzi e Valentina Ardemagni (il nome del birrificio sono le prime quattro lettere, al contrario, del suo nome), titolari della società La Pinta snc che gestiva già il Clock Tower Pub di Treviglio (dal 2000) e lOsteria della Birra a Bergamo Alta (dal 2005). Quattro i birrai che lavorano “a palla” sugli impianti di Comun Nuovo, Mattia Bonardi (l’head brewer), Emanuele “campos” Cornelli, Alessandro Bonaccorsi e Matteo Palmisano (i suoi assistant brewers), portfolio birrario già molto ricco: tredici le birre già prodotte, fra “stagionali”, “speciali” e quelle prodotte “in continuum”. Tutte devono essere rigorosamente “birre-da-bere“: è questa l’indicazione di massima che il Antonio Terzi ha dato ai suoi suoi birrai, che hanno mano libera nel produrre, a patto che rispettino questa indicazione di fondo. Birrificio giovane, ma già molto “aggressivo”,  molto ben inserito nel contesto della produzione birraria artigianale italiana e che i consumatori hanno già “nel mirino”. Lo dimostra il fatto che nel giro di un anno o poco più il birrificio ha visto quintuplicare la propria produzione, in un primo momento riservata solo ai due locali di proprietà, e che i suoi prodotti hanno già ottenuto una importante “consacrazione” internazionale, visto che Elav ha partecipato con la Punks do it bitter e la Grunge Ipa all’ Italian Beer Festival, tenutosi al Moeder Lambic di Place Fontaines lo scorso mese di Giugno. Interessanti i progetti futuri di Antonio e Valentina: oltre ad ampliare il range delle proprie produzioni birrarie, i due hanno affittato un terreno dalle parti di Ghisalba dove hanno intenzione di metter su una piantagione di luppolo cascade; e dopo il luppolo sarà la volta dell’orzo, nel tentativo di diventare produttori di birra brassata con ingredienti tutti (o quasi) fatti in casa.

Delle loro birre, alcune le avevo assaggiate (abbastanza di corsa) in bottiglia, di molte ho fatto un resumeè molto più ponderato assaggiandole per la prima volta o ribevendole on tap in quel di Greve. E devo dire che la differenza fra le due “versioni”, nella produzione di Elav, la si nota. In assoluto, devo dire che il loro modo di brassare dà i frutti migliori nella versione on tap; in bottiglia, alcune delle loro birre perdono un po’ di “mordente”, risultando, alla fine, più monocordi del dovuto. Quella che più mi ha colpito?  La loro Celtic Mater, una birra che si rifà alle kolsch di impostazione tedesca, arricchita e “variata” da una luppolatura non classicissima, fatta con il Citra e il Saaz. Leggera (4,5% abv.), freschissima e rinfrescante, dal corpo guizzante e per niente scarno, con un bouquet floreale e leggermente citrico che la fa desiderare fin dal naso. Ottima la nota citrica che si ripropone con grande correttezza ed eleganza nella beva. Mi è piaciuta assai anche la Belfast Blues bitter, una ruvida bitter di stampo autenticamente anglosassone, dalla monoluppolatura a base di Bramling X. L’avevo bevuta in bottiglia e, devo dire, mi aveva assai poco soddisfatto: alla spina invece ha tirato fuori tutto il carattere vigoroso, terroso, ruvido e quasi sfacciato che fa tanto pub. Una bitter ale come non ne bevevo da tempo, molto sicura di sè, poco accomodante e tanto convincente. Stesso meccanismo (meglio alla spina che in bottiglia) per la Punks do it bitter, una (english) pale ale che parla (anche questa) quasi esclusivamente inglese, nonostante il dry hopping made in USA (Cascade e Amarillo). E’ il Goldings che le dipinge la faccia con i colori della bandiera di Sua Maestà, dandole una decisa ruvidità di fondo, che si sposa (abbastanza) bene con le note agrumate (pompelmo, mandarino) portate in dote dai luppoli americani. Meno ruvida della Belfast, comunque “caratteriale”, con un finale moderatamente “raschioso”, che lascia una bella impronta. Non equilibratissima, ma comunque molto più che interessante (abv. 4,3%). La loro Indie Ale (abv 5,5%) è una cornucopia di luppoli (sorachi ace, nelson sauvin, citra, bramling X), ma non una mappazza luppolata: bella la caratterizzazione fruttata che i quattro, in birrificio, sono riusciti a conferirle, un fruttato equilibrato e mai debordante. La frizzantezza relativamente delicata avrebbe, forse, bisogno di una spintina, per fare al meglio il proprio lavoro, ma devo dire che è già accativante così. Un‘amber ale molto spostata sul versante delle ipa: un caramellato relativamente accentuata le impediscono di scavalcarne il confine. E poi i “pesi massimi”, la  Grunge Ipa (un‘ipa da 6,3% abv) e la Techno (una imperial ipa da 9,5% abv). Nella prima l’alcool (nonostante non sia in dosi proibitive) si fa notare un po’ più del dovuto e, abbinato ad una luppolatura fin troppo massiccia ed aggressiva (amarillo e columbus), non rendono questa indian pale ale il top della beverinità (anche in bottiglia mi aveva fatto lo stesso effetto). Nella seconda, invece, l’equilibrio fra componente alcolica, “peso” del malto e profusione luppolata (Centennial, Chinook, Simcoe e Nelson Sauvin) sembra essere più azzeccato: robusta è robusta, ma non satura. I luppoli compiono meglio il loro “lavoro”, la parte “caramellosa” della birra non opprime, e l’alcool la corrobora con il giusto calore. Non da bere a secchiate, ma ha un suo perchè. Assolutamente. E qui mi sono “dovuto” fermare rinunciando all’assaggio di un altro paio di birre presenti a Greve. Sembra che mi sia perso una vera e propria chicca, la Reggae Stout, a detta di Alessio di Pinta Perfetta, una delle migliori stout italiane, e in forma smagliante a Greve. Cercherò di colmare la lacuna il prima possibile.

 

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