Southern Tier Iniquity

Imperial black ipa, imperial black ale, black ipa, cascadian dark ale, american black ale. E’ sempre la “solita” storia: quando ci si imbatte in birre di questa tipologia, il primo nodo da sciogliere è quello relativo alla loro classificazione. Quelli elencati in precedenza sono alcuni  degli “inquadramenti” stilistici usati per descriverla: se si da retta alla “ditta”, la Iniquity di Southern Tier (brassata regolarmente dal 2009) è una imperial black ale (IBA). Se mi do retta, non è altro che una black ipa (BI), e che le due denominazioni (BI e IBA) non siano altro che due modi diversi per esprimere lo stesso concetto. Nera è nera, la Iniquity, nera as dark as night, per usare ancora parole loro; tosta è tosta (e quindi il prefisso imperial ci sta tutto) con il suo abv da 9%; luppolo ce n’è a balle e tostatura radicale pure, e quindi la famiglia di appartenenza è opportunamente e quasi inevitabilmente quella delle BI.

Una volta messo questo primo punto fermo, passiamo al secondo: perchè una birra che si chiama iniquità e che per poterla presentare al meglio si usano altri descrittori simili, quali depravazione, peccato, cattiveria, l’opposto della bontà? Gli americani sono bravi in questo, magari un tantino ridondanti e tendenti all’enfatizzazione del concetto, ma sulla “costruzione” del nome di una birra hanno davvero pochi rivali. L’ Iniquity si chiama Iniquity perchè è l’antitesi della Un*Earthly, sostanzialmente. E che cos’è la Un*Earthly? E’ una disinibita infusione di luppoli, dicono loro, l’incarnazione quasi perfetta del concetto di ale (nella declinazione americana della variante indian); e siccome quella è bionda e questa (l‘Iniquity) è scura come la notte (e il peccato, dicono …), non poteva meritarsi altro nome che quello che definisce l’assenza o il contrario del bene, cioè l’iniquità. E’ una birra impenitentemente scura nell’anima, sulfurea fin dalla label, nella quale è stilizzato un talismano (l‘esagramma) usato in mille culture e presente in decine di religioni, ma anche simbolo da sempre presente nel mondo della produzione birraria, con le sue sei punte che sintetizzano gli elementi chiave del fare birra (acqua, lievito, malto, grano, luppolo, birraio). E’ birra solida, pastosa, costruita mattone su mattone su di una poderosa base maltata (2-row e black malt) e luppolata con tre diversi luppoli, chinook e cascade in bollitura, cascade e centennial in dry hopping. E’ anche birra non convenzionale, nel suo insieme, un po’ sopra tutte le righe, anche quelle tracciate per l’impaginazione delle black ipas. E’ abbastanza spostata sul (pericoloso) declivio delle porter/stout luppolate, con i luppoli che fanno a gomitate per farsi spazio, non riuscendovi però fino in fondo, o in maniera definitiva. Complicata da bersi, non è birra da sgargarozzarsi a tutta randa: richiede più di una sosta ai box, tempi di rilascio dilatati, foglio e penna a portata di mano per non perdere il filo. Nera di un nero più da porter che da stout, con riflessi marroni rossastri abbastanza vischiosi: schiuma ricca, ma non troppo esuberante. Il naso: “cremoso” all’inizio di malti, caramelli e di una decisa tostatura/affumicatura, poi mette giù una piena e controllata dissonanza, con i luppoli che che ce la fanno a tracciare il solco, grazie alla loro bella carica agrumata (pompelmo, bergamotto, arancia). Al palato i conti si ri-pareggiano, a parti invertite, con i luppoli tenuti a freno da una (fin troppo) marcata presenza maltata, che tira fuori unghie e unghielli decisamente affumicati. I luppoli, in bocca, la appesantiscono, aggiungendo impegno gustativo a impegno gustativo. Il segnale d’allarme è il loro “ritornare a gola” dopo la bevuta. Scarsa la frizzantezza, abbastanza marcata la vischiosità, onusto di alcol e “gommosità” il finale. Aspetto di mettere le mani sulla Un*Earthly per poter toccare il cielo con un dito (come promettono loro), perchè con la Iniquity si resta ancora abbastanza rasoterra. Assaggiata in bottiglia da 0,65 cl.; alc 9% vol.; © Alberto Laschi


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