Menaresta e la 2 di picche

Birra nel territorio, questo vuol essere Menaresta: a cominciare dal nome e dal logo. Il nome i “soci” del birrificio l’hanno mutuato dalla sorgente del fiume Lambro, posta ai 973 mt. di Pian Rancio (vicino alla Madonna del Ghisallo). Sorgente di acqua purissima, sorgente “intermittente”, in quanto posta in una zona carsica. Da qui il nome, Menaresta, perchè un po’ mena e un po’ resta: infatti un serbatoio a sifone sotterraneo, posto nella roccia calcarea, si riempie d’acqua a intervalli regolari, fino a traboccare con un flusso vivace per poi rallentarlo prima di caricarsi nuovamente; l’intero ciclo dura otto minuti (coì la descrive wikipedia). Anche il logo, dicevo: riproduce in qualche modo la sperada, una acconciatura femminile tipica della Brianza, che fin dall’inizio del ‘900 veniva “esibita” dalla bambina che diventa donna, dalla sposa, dalla donna che diventa madre. Un birrificio attento al consumo “critico” e all’acquisto equo e solidale e da “filiera corta”,  un birrificio “animato” da due persone, Enrico Dosoli, agronomo, e Marco Rubelli, igienista, sorretto anche dal supporto di Elena Dosoli e Matt Cazzaniga, e dalla collaborazione di Mirko Jacovino. L’avventura di tutti loro inizia ufficialmente a Carate Brianza nel 2007, con il progetto che parte da una loro fascinazione: “fare birra significa muovere le forze segrete e invisibili della natura; farla artigianalmente significa toccarle con mano, perchè una birra artigiana si fà proprio con le mani; e il fascino è grandissimo”. Questa fascinazione li spinge a trasformare la passione per la birra, “maneggiata” per tanti anni nelle vesti di homebrewers, in un’attività stabile, vissuta con uno spirito che definirei “lieve”. Sempre loro dicono, infatti, che  fare birra artigianale è, in fondo, un’attività modesta; farla autentica è il nostro vero obbiettivo. “Quelli” di Menaresta definiscono il proprio modo di brassare cosmopolita: metodologicamente, è una fusione tra la tradizione ‘real ale’ anglosassone e quella belga d’abbazia. Per il fatto, però, che le materie prime impiegate vengono da varie parti del mondo (i luppoli, ad esempio, vengono dalla Baviera, dalla Boemia, dalla Slovenia, dalla zona del lago di Costanza, dal Kent e dal nordamerica), fa sì che nelle loro birre si possano rintracciare elementi fondamentali di tutte le grandi realtà birraie del mondo. Tredici le birre attualmente “censite” sul sito ufficiale del birrificio, divise fra quelle sempre disponibili (6), le stagionali (3) e le birre speciali (4), tutte brassate sull’impianto da 5 hl. della La INOX di Spoleto. Non sono mancati i riconoscimenti ufficiali, per questo birrificio: l’ultimo, in ordine di tempo, il primo posto nella categoria “birre acide” per la loro Grande Birra Madre nell’ultima edizione del concorso Birra dell’Anno. E sono iniziate anche le collaboration beer: non più di un paio di mesi fa i Buskers sono saliti in Brianza e hanno brassato insieme a Enrico e Marco la Ezekiel un’apa luppolta con le famose tre C del luppolo USA (Chinook, Cascade, Centennial)

La 2 di Picche è la black ipa  numero 1 in Brianza. Ma non solo: c’è chi dice che sia la miglior black ipa attualmente brassata in Italia. Difficile addentrarsi in questo tipo di ragionamento “classificatorio”, anche perchè, per dire questo, bisognerebbe averle assaggiate se non tutte, almeno tante, di queste birre. E io, questa cosa, non l’ho fatta. Assaggi sporadici in qua e in là, alcune versioni in bottiglia di questa tipologia, altri alla spina. Ho avuto però la fortuna di assaggiare la 2 di Picche in entrambe le versioni: alla spina all’ Indipubs fiorentino, in bottiglia, a casa mia poche sere fa. E quindi ho potuto farne una valutazione “completa”. Una grandissima birra, rotonda e veloce, ma anche caratteriale. Una caratterialità che però non pesa come un macigno, fino a farla stramazzare nelle categorie delle birre mappazza-pigne. Una grande, elegantissima luppolatura, ma anche un tostato/torrefatto bene definito, una birra che ti impegna relativamente solo all’inizio, per poi sciogliere le briglie in libertà. E’ cordiale, accomodante, con le note esterofile del luppolo (dall’esotico all’agrumato al resinoso) che ne fanno il trionfo della freschezza e della beverinità. Niente “ti ritorna a gola”, perchè il corpo non è un caterpillar e la sostanza è aggraziata: è nera come la notte, ma non oscura, volutamente non-macha, diligentemente accondiscendente. Non prevarica con la frizzantezza, non stordisce con un affumicato di troppo, non si aggrappa al palato perchè è deliziosamnete scivolosa. La ricerchi, perchè non può non piacere una birra così armoniosamente ben fatta (grazie anche al decisivo contributo di Marco Valeriani, che collabora da un paio d’anni con il birrificio lombardo). La bevi, solo per riberla. Assaggiata in bottiglia da 0,33 e alla spina; alc. 6,8% vol.; © Alberto Laschi

 

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