Preview del Villaggio: Amiata (2)

Ultimo post prima delle vacanze estive, dedicato ancora ai birrifici italiani (e alle loro birre) che saranno presenti all Villaggio settembrino, ormai alle porte. E’ la volta del “secondo giro” dell’ Amiata, con quattro delle sue birre (al Villaggio, lo ricordo, porterà la nuova Bastarda Rossa, la Contessa e la Rye’ccomi)

Lo dico subito: a me le castagne non piacciono, nè cotte nè crude nè sfarinate …. Per questo ogni volta che mi avvicino alla Bastarda Rossa, la flagship beer (si può dire?) di Birra Amiata devo fare un  reset mentale, per scindere il gusto personale dall’analisi oggettiva del prodotto: il primo, ovviamente non deve influenzare la seconda. I Cerullo’s Brothers hanno scelto, per questa loro acclamatissima birra una delle tre varietà di castagne presenti sul Monte Amiata, (tutte IGP) la Bastarda (le altre due sono Cecio e Marron Buono). Acquistata dai produttori del locale consorzio, la castagna (già essiccata al fuoco di faggio e già privata della buccia) viene macinata direttamente in birrificio e viene aggiunta nelle fasi iniziali di produzione (nella quantità del 20% del fermentabile). Assieme ad altre sei diverse varietà di malti, a due varietà di luppoli (Hallertauer Magnum e WGV), ai lieviti belgi e all’acqua del Fiora, la castagna IGP dell’Amiata dà vita ad una belgian ale da 6,5% abv e “soli” 16 ibu. E’ birra corposa, decisamente caratterizzata dalla caratteristica “affumicatura” della castagna, che simaterializza più al palato che la naso. Dà una consistenza morbida e caramellata, quasi “farinosa”, che però non deborda, grazie all’uso equilibrato e mirato dei luppoli (che la sterzano sulla via della tranquilla beverinità) e ai lieviti belgi, che la arricchiscono di una leggera speziatura e di una nota fruttata assolutamente non fuori luogo. La leggera carbonatazione naturale la completa  a dovere, regalandole una ragionevolmente delicata beverinità. Ancor più spinta sul versante “castagnoso” la Bastarda Doppia, 8,5% di abv: il nome è l’esplicito riferimento all quantità doppia rispetto alla Bastarda Rossa, di castagne usate (il 40% del fermentabile). Prendete le sensazioni sopra descritte per la Bastarda Rossa e raddoppiatele, in intensità: non va perduta l’eleganza connaturata a questa birra, ma la caraterizzazione è, in questo caso, davvero molto forte. Per palati collaudati e per persone alle quali piace “davvero” la castagna: me la immagino bevuta assieme ai necci, anche nella sua versione barricata (è la Vecchia Bastarda), maturata per 9 mesi in botti di vino rosso pregiato di Bolgheri.

La Contessa è tutt’altro, decisamente. Birra che nel nome, come tutte le altre dell’Amiata, parla dell’attaccamento al territorio dei fratelli Cerullo: il prato della Contessa, infatti, è un grande pianoro posto a 1400 mt. di altezza sulle flade del Monte Amiata, che deve il suo nome ad una bella storia d’amore che vide protagonisti Gherarda degli Aldobrandeschi, contessa di cana, e il giovane Adalberto, feudatatrio di Chiusi.  45 ibu, 7,2% abv, luppoli cascade, chinook e amarillo, lievito made in USA, rifermentata in bottiglia (come tutte le altre birre dell’Amiata): questa la carta d’identità di questa IPA trasformatasi gradualamente in APA, dolce di frutta e ri-equilibrata dai luppoli, che la rendono estremamente fresca e agrumata. Una bella bionda, aggraziata e guizzante nel bicchiere, con un esotico/agrumato di prammatica, ma non banale. Una bella commistione di sapori/odori, mai ordinari e/o scontati, ma ricercati nella loro sostanza e, soprattutto, nella loro sequenza. Bello e delicato il finale, con un bel retrogusto amaro nel quale si intercettano leggere e citriche note di pompelmo. Una birra da bere, da bere, da bere ….

E infine la Crocus, la birra dell’Amiata che, per onestà, mi ha convinto meno fra quelle assaggiate. Una birra creata in stile abbazia, brassata con l’aggiunta di zafferano purissimo, coltivato nella vicina Maremma e acquistato dalla Cooperativa Crocus Maremma, costituita nel 2003, che raccorda e tutela 31 produttori di questa pregiatissima e antichissima pianta. Una birra nella quale l’aroma e il sapore tipici dello zafferano la fanno da padroni, “imprimendo”, è il caso di dire, una marcata impronta erbacea, solo leggermente mitigata dalla componente maltata della birra. Una birra che si “trascina” un po’ troppo nella beva, che risulta davvero poco  “agile” e che soffre un po’ troppo della personalità spiccata dell’ingrediente-base. Bionda, dalla schiuma fine e non molto persistente, una robusta gradazione alcolica (8,8% l’abv) richiede una ulteriore attenzione nel berla. Sicuramente perfetta per tutti gli abbinamenti con piatti che prevedono l’uso dello zafferano fra i propri ingredienti, ma un po’ troppo … “troppa” nella bevuta in solitaria.

Tutte, è doveroso dirlo in conclusione, perfettamente presentate dalle rinnovate (non da molto) labels, opera di Alberto Ruggieri, romano, pittore e illustratore di fama, docente di Illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design di Roma. Labels (e logo) che hanno tratto un grande giovamento dal processo grafico di “svecchiamento”: tutte perfettamente riconoscibili e dal grande impatto visivo, con la grafica perfettamente in linea con la filosofia dei due di Arcidosso, molto legata al territorio; tutte molto ricche di informazioni (materie prime, gradi, ibu …..).

Il blog adesso va in ferie per un  po’; ci ritroviamo verso la fine di Agosto. Fino ad allora solo eventuali aggiornamenti sul Villaggio settembrino. Buone vacanze a tutti.

 

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