Cigar City Guava Grove

Di Guaiava o Guava (Psidium guajava) dalle nostre parti (in Europa, intendo) ce n’è poca: solo in Sicilia ci sono alcune piantagioni di questo alberetto perenne, originario dell’America Centrale e poi gradulamente diffusosi in tutte le aree temperate dell’America Tropicale e delle Indie Occidentali. E’ una pianta che appartiene alla famiglia delle mirtacee, diffusamente coltivato, soprattutto in Brasile e in India, che può contare su più di 150 varietà e i cui frutti sono di colore giallo-verde, con una polpa bianca dal gusto sia dolce che agrodolce che acido. Gli atzechi la chiamavano xalxocotl, gli spagnoli, che ne conobbero l’esistenza durante la conquista dell’America, la ri-battezzarono guayaba. La piantagione più grande al mondo è nelle Hawaii e forse arrivano proprio da lì i frutti che il birraio di Cigar City, Wayne Wambles, usa per la loro Guava Grove.

E’ la loro farmhouse saison da 8% abv e 18 ibu, una delle numerosissime birre brassate a Tampa, e numerosissime è dire davvero poco (basta dare un’occhiata alla pagina di ratebeer che le riassume), soprattuto se si considera il fatto che questo birrificio americano è operativo solo dal 2009. Per brassarla viene usato un ceppo di lievito saison francese e nella fermentazione secondaria viene aggiunta una certa quantità di guava nella forma di purea. E’ asciutta, come ogni saison che si rispetti, ma è anche relativamente acidula, soprattutto al palato, dopo che l’aroma ha sprigionato da par suo una bella nota di frutta tropicale. Bello il coore dorato, abbastanza velato e ben più che apprezzabili consistenza (cremosa) e persistenza (assai prolungata) della schiuma, che non scende mai sotto il dito di volume. La bassa carbonazione la rende decisamente rotonda e corposa, con una nota di miele che più la si beve e più la si avverte; gradevole in tutto e per tutto l’intreccio di sapori e aromi che vanno dal fruttato (banana, frutta dalla polpa bianca) all’asprigno acidulato, ed il finale, sorprendentemente asciutto e mai stucchevole, che una delicata, ma significativa luppolatura prolunga fino alla definitiva completezza. Ben mascherata la componente alcolica, mai invadente e equilibratamente distribuita, ottima la sensazione finale di freschezza che questa birra offre.

Bell’esempio, non azzardato nè estremizzato, di saison “anomala”, nella quale l’uso di questo frutto tropicale non è solo un futile esercizio di stile. Bello e mirato, visto che Tampa Bay, oltre ad essere da tutti conosciuta come the cigar capital of the world, può vantare anche un altro soprannome, quello di  The Big Guava, coniato nel 1970 da Steve Otto, giornalista del locale quotidiano Tampa Tribune. Soprannome coniato “in onore” di Gavino Gutierrez, ingegnere spagnolo/americano che nel 1884, spinto da una falsa informazione legata ad una presunta ricchezza di alberi di guava nella zona di Tampa Bay, “scoprì” Tampa e i suoi dintorni, e il loro forte potenziale economico. Che, di ritorno a New York, nonn mancò di illustrare all’amico Vicente Martinez-Ybor, importante produttore di sigari, che decise, per questo, di trasferire proprio a Tampa la sua attività, fondando quella Ybor City, un sobborgo di Tampa, nella quale alloggiarono e lavorarono per anni (fino ad oggi) migliaia di lavoratori delle sue fabbriche di sigari. E dove ogni anno, nell’ultimo sabato di ottbre, si festeggia la Guavaween, la versione latinizzata della festa di Halloweeen.

 

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