Parola d’ordine: “toste”

Primo segmento descrittivo dedicato alle birre che sono capitato a tiro di … bicchiere a Bodegraven. Inizio da quelle più “toste”, quelle tendenzialmente più a rischio-mappazza, contraddistinte dal suffisso BA (barrel aged) o da un imperial qualsiasi speso da qualche parte, sempre nel nome. Non ce n’erano poche, devo dire, spesso concentrate fra le fila di alcuni birrifici abbastanza inclini a produrre questo genere di birre; ovviamente ne ho fatto una selezione, a volte mirata, a volte dettata solo dal criterio della prossimità (Struise che era accanto ad Haandbryggeriet che era accanto ad Alvinne, ad esempio). Qualche “rinquarto” l’ho preso, ma mi è capitato anche di bere molta roba buona.

Comincio con il padrone di casa, De Molen, che ne aveva “dichiarate” sei, all’inizio, di birre importanti, fra barley wine e BA. Il fatto che poi, nella pratica, le birre di De Molen fossero sparse in ogni dove ha provocato un vero e proprio effetto a valanga, che ne ha moltiplicato il numero (difficile fare il totale …). Comunque, per quello che ho bevuto io, la Bommen & Granaten con l’inserzione del cascade (padrone/protagonista del dry hopping) è stata di gran lunga la n° 1. Già mi era piaciuta tantissimo la versione-base di questo barley wine, raffinatamente cospicuo nella sua ponderata alcolicità; nella versione “spinta” mi ha ancor di più conquistato, con la luppolatura americana che ha contribuito ancor di più a sveltirne la bevibilità. Assomiglia un po’ meno ad un passito (ricordato dalla versione base), ricollocandosi un po’ più vicino ad una strong ale, estrosa nell’aroma e pulitissima nel finale, senza nessun effetto-impastatura del palato. Una grande prova, davvero. Meno convincente, invece, a mio parere, la versione maturata in botti di cognac della stessa birra, alla quale il tempo passato in botte ha consegnato una pesantezza non marginale che ha quasi azzerato il “giochetto luppolato”, riportando la birra stessa più vicina alle sue origini. Un gioco di sponda quindi quasi inutile, per non dire dannoso, per il suo esito finale ripetitivo.  La Rasputin Laphroaig BA (una delle quattro versioni BA della loro classica imperial stout) è tanta, perfino un po’ troppa: i suoi 11,2° alcolici colpiscono di più dei 15,2° alcolici delle due Bommen, moltiplicati sensorialmente da una forte sensazione torbata, sia al naso che al palato. La bevi, ma stanca, presto. Da rivedere il giudizio sulla Sodoma & Gomorra, l’ennesima imperial stout di casa De Molen (abv 12,8%), brassata con una piccola percentuale di malto affumicato e maturata in botti di whisky e bourbon. Se mai mi capiterà di riberla, cercherò di districare, mettendole in ordine il meglio possibile, le sensazioni (un po’ affastellate) di cioccolato, vaniglia, mati tostati e affumicati, alle quali il contributo di due diverse tipologie di botti ha ancor di più complicato la vita (degustativa). Anche qui da bere in dosi omeopatiche, pena lo stramazzo. Una scoperta felicemente inaspettata è stata la Mano Negra di Alvinne, birrificio che ultimamente avevo scansato come la peste dopo essere incappato in numerosi loro obbrobri. Una imperial stout da 10% abv senza tanti fronzoli, semplice e diretta, priva di orpelli produttivi e “maturativi”. Il tostato nella misura e al posto giusti, densa senza essere sciropposa, relativamente fresca e elegantemente asciutta, con una bevibilità quasi inusitata. Si bere e si fa ricordare; si può andare sicuramente oltre al bicchierino, per farsene una intera, senza stramazzare. Uno bravo nella tipologia comunque imperial  si è rivelato l’olandese Emelisse: assaggiate le loro Emelisse Imperial Doppelbock e la Emelisse White Label Imperial Russian Stout Sorachi Ace, l’una, ovviamente, totalmente diversa dall’altra per tipologia e profilo gustativo, entrambe perfettamente a aposto. Austera, complessa, “massiccia” e ponderosa (abv 11%), estremamente elegante la doppelbock, con un sacco di frutta, pochissima ma necessaria vaniglia, molto caramello e una punta rinfrescante di luppolo che ne ottimizza il finale. Quasi sorprendente la imperial stout della serie White Label (birre prodotte ciascuna, per lo più, una sola volta) dal birrificio di Kamperland: il luppolo giapponese regala alla importante consistente struttura maltata di questa birra una bella variante pinosa, con un accenno di leggera citricità che la rifila ancora di più e meglio. Tanta morbidezza malatata, tanto soffuso calore, ma anche una leggerezza complessiva davvero magistrale (abv finale 11%). Bellisima la mano produttiva. A doppia corsa Haandbryggeriet: ottima la Odin’s Tipple, l’ imperial stout preferita da Odino da 11% abv, “forte”, ma non extra-strong, brassata con lieviti selvaggi, malto chocolate e caffè. Curiosa la caratteristica un po’ “sour” regalatale dai lieviti, importante l’impronta tostata/torrefatta dei malti, complesso l’insieme, rimarchevole per la sua ricercata personalizzazione. Molto meno convincente la Unionöl, non una birra “tosta” (abv 8,5%), ma una birra fin troppo complessa, brassata di norvegesi assieme agli svedesi di Närke: una traditional ale nella quale miele, mirtillo e ginepro fanno un po’ troppo a gomitate fra di loro, esaltandone più gli spigoli che l’equilibro. Un po’ troppo spinta. Finisco con gli Struise, birrificio, anch’esso, da me poco “frequentato” negli ultimi tempi. A Bodegraven ho assaggiato due loro birre, la O.N.E. (Our Nastiest Effort) 2010 e la T.W.O. (Totally Wiped Out) 2010, accomunate dal fatto che entrambe hanno passato un po’ del loro tempo in botti di bourbon. La prima è una belgian strong ale da 10% abv, relativamente viscosa tipo melassa, addolcita dall’invecchiamento in botte ma non strabordante sul versante della dolcezza: accomodante, riscaldante, quasi “consolante”, avvolge nella sua rotondità senza farti soffocare. La seconda, invece, è una wheat ale da 9% abv, la cui base (birraria) è costituita dalla Struise Witte, alla quale l’invecchiamento in botte ha regalato una maggiore alcolicità (4° alcolici in più), una decisa caratterizzazione abboccata, e le ha sottratto non la freschezza, ma la speziatura da blanche. Più rotonda, leggermente vinosa, estremamente gradevole.

Fin qui le birre “toste” (magari mi sono perso anche le migliori …); domani è la volta del segmento-ipa

 

3 Responses to “Parola d’ordine: “toste””

  1. Le “americaneggianti” | inbirrerya

    […] Amarezza diffusa ma non aggressiva, esotico/pinosa quanto basta; pericolosamente desiderabile. Come fra le birre “toste”, anche fra le ipa doppietta ben spesa dalle parti di Emelisse: la coppia, questa volta, si chiama […]

  2. La seconda di tre | inbirrerya

    […] quindi. “Quelli” della Bestefar, della Dobbel Dose e della Sundland Kreosot, della Odin’s Tipple, della Norvegia Wood, della Menno & Jens brassata in collaborazione con Menno Oliver di De […]

Lascia un commento