Le “americaneggianti”

Sulla carta erano 25 (Närke esclusa e De Molen inclusa solo in parte, visto che sono “apparse” e scomparse birre non in lista) le birre con la specifica IPA nella tipologia dichiarata; 25 fra ipa, double ipa, black ipa, rye ipa. Scansate quelle che era necessario scansare (tipo la Molotov Fruit Cocktail di Evil Twin, una ipa con ananas e mango ….) e saltate quelle che già conoscevo, ho cercato di farmi un’idea di quello che di americaneggiante c’era in giro, a Bodegraven. Non so se i birrai si fossero messi preventivamente d’accordo o se c’è stato un tacito (o casuale) accordo: nella sostanza, a casa (propria) le (eventuali) ipa’s beers molto impegnative e iper luppolate. A casa di De Molen, invece, molte ipa’s beers agili, fresche, beverine, con una gradazione alcolica e un uso dei luppoli relativamente moderati. Per un risultato finale portatore sano di una qualità media delle birre davvero alta, con il rischio della monotonia luppolata allontanato alla grande.

Comincio con la “Fresca & Secca” di De Molen, la Nat & Droog, l’ipa al cascade battezzata proprio al BBF, una monoluppolatura che le rende (abbastanza) giustizia. Non un prodigio di estrosità, ma una classica freschezza luppolata molto americaneggiante che è abbastanza nelle corde di Menno. La relativamente bassa alcolicità (abv 6,2%) è, in questo caso, il vero valore aggiunto, avvicinandola non di poco al concetto di session ipa. Al suo stesso pari metto la nuova “scalatura” di ipa del Ducato: dopo la Victoria Light Ipa (3,5% abv) e la Bia Ipa (5,5% abv), prima della Machete Double Ipa (7,8% abv), Giovanni Campari ha “inserito” la nuova The Masochist IPA, 6,5% di abv e improntata “americanamente” impressa dal simcoe e dal centennial. Mi sembra che prolunghi, ampliandola, la piacevolissima deriva fresca e beverina della Victoria, con un corpo muisuratamente scattante e una frizzantezza che non lascia il tempo che trova. Amarezza diffusa ma non aggressiva, esotico/pinosa quanto basta; pericolosamente desiderabile. Come fra le birre “toste”, anche fra le ipa doppietta ben spesa dalle parti di Emelisse: la coppia, questa volta, si chiama Emelisse Blond e Emelisse Red Ipa: una Blond nel nome ma una ipa nei fatti, monoluppolata col nelson sauvin (la prima “versione” era caratterizzata dal monouso del cascade), della quale non se ne può parlare che bene. Merito del particolare luppolo neozelandese, esaltato però nelle sue risorse/caratteristiche dalla raffinata finezza produttiva di Kees Bubberman, che non ha calcato la mano in nessuna delle componenti di questa birra. 6,8% abv di perfetto equilibrio. Più europeizzata la Red Ipa, col bramling cross che detta legge e con una batteria di malti più rotonda di quella usata per la Blond: più calda, più avvolgente, più morbida,  con il luppolo che fa il proprio lavoro più nel finale della beva, e lo fa davvero bene. Anche qui siamo sui 6,5% abv, la “dose” giusta di alcool, commisurata con tutto il resto. Sicuramente più maschia la Haandbyggeriet Dobbel Dose, una double ipa da 82 IBU e abv 9%: tanti american hops, ma una rifinitura europea, con Fuggle e Styrian Goldings che ne marcano aroma e fase finale della beva. Un po’ a doppia corsa, come anche il nome fa presagire, con la carica luppolata della beva un po’ troppo bifronte: robusta anche tutta la tessitura maltata (maris otter, malto di frumento, crystal), aggressiva la spinta alcolica. Con la Sundland Kreosot la Haandbryggeriet si è misurata anche con la tipologia delle black ipa, aggiungendovi una significativa variante: l’affumicatura dei malti. Il risultato è sorprendentemente equilibrato, con i luppoli che mascherano dignitosamente questa pur marcata caratterizzazione, aiutati dalla comunque bassa alcolicità (6,5% abv)  che non opprime o rende ulteriormnete difficoltosa la beva. Bell’esperimento, o meglio, bella birra. The Kernel, dicevo ieri l’altro, la giovane classicità inglese, che ha mostrato muscoli e tecnica in Olanda: a testa alta dietro le spine, come i loro prodotti li autorizzavano a fare. Una loro ottima produzione è la Kernel Ipa Topaz single hop, un’ipa brassata con il topaz, il luppolo neozelandtopaese forse più british, terroso/granuloso in bocca, legegrmente fruttato al naso. La birra concede a chi la beve semplicità e sazietà: non le manca niente, non c’è niente di troppo, fila via rotonda e ricca con i suoi alcolici giusti giusti. Una bella scoperta, per me, gli inglesi. E pe finire si ritorna nel Nord europa, con Närke e la sua InterNationAle, un beer concept (dicono loro), con  la ricetta di questa random ipa che cambierà volutamente ad ogni batch (dicono sempre loro); rimarrebbe stabile solo l’abv (6,7%). Un’ipa, quella portata al BBF, molto fruttata, con un naso ricco di  malto e caramello, ma anche di marmellata dolce e frutta fresca non aspra, con un corpo più rotondo di quanto ti apsetti e con meno luppolo di quello che (magari) ci potrebbe essere. Un’ipa che si avvicina molto ad una apa, ma che non tradisce del tutto le aspettative “ipaiole”, regalando un finale più asciugato del temuto. Da riprovare (a fare).

Domani terza ed ultima parte del report olandese: le “altre”.

 

2 Responses to “Le “americaneggianti””

  1. Mattia

    Bloccato dal lavoro – che mi ha impedito di essere al festival – non posso far altro che leggermi i resoconti, comunque preziosi per sapere cosa cercare di recuperare nei prossimi mesi. Attendo l’ultimo per completare le rosicate di questi giorni.

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