Le “altre”

Che non sono gli scarti, ma sono quelle birre non accomunabili per tipologia, assaggiate a Bodegraven. Arivate per ultime, ma non ultime in questa corposa serie di report su quanto di buono (ma anche di meno buono) ho bevuto alla 4° edizione del BBF orgnizzato da De Molen. La mia prima volta al Festival; sicuramente la prima di una …. serie. Evento davvero imperdibile.

Anche questa volta comincio con una birra del padrone di casa, la Lief & Leed, doppia nel nome, come quasi sempre accade dalle parti della brouwerrij olandese. Una flemish red ale da 6,2% (la prima di De Molen?), un po’ troppo di scuola e scolastica. C’è quasi tutto quello che ci dovrebbe essere, per una flemish: olfatto acido, un po’ di legno, un lattico leggerissimo, un fruttato aspro, in bocca e al naso, la dose corretta di caramello e un finale decisamente coriaceo. Manca la scintilla che rende vivo tutto ciò: fatta come si dovrebbe fare, ma con poca anima. Ha studiato bene, ha fatto i compiti più che correttamente, Menno: adesso è il momento dell’alzata d’ingegno, e questa birra diventerà ottima. Per adesso è solo buona. I Jester King(s), uno dei birrifici per i quali ho fatto il viaggio fin lassù: una bella banda di birrai e amici tipicamente made in usa, sempre gentilissimi e sempre sorridenti, solari direi, con quasi tutta la loro produzione a disposizione, parte in bottiglia, parte on draft, parte on cask. E’ stato un piacere frequentarli, è stato piacevole vederli aggirarsi fra i vari stands in mirate esplorazione “professionali”.  Difficile sceglierefra le loro birre, doveroso comunque farlo, erano tante, tutte. E quindi la selezione è stata: 

  1. Das Überkind Vieille Organic Saison: una variazione della  Das Überkind, la loro sour ale. Birra certificata “organic”, dal Dipartimento Americano per l’Agricoltura, 6,5% abv contro i 4,5% abv “originali”, una sour ale aspramente elegante, “liquida” nella sostanza, marcatamente citrica nella livrea, con una potenza “prosciugnate” davvero notevole. Non so se si può dire, ma mi ha ricordato molto più una berliner weisse che una sour ale: dissetante all’estremo.
  2. Le Petit Prince Farmhouse Table Beer, una low alchool, brassata per ricordare la tradizione, originariamente belga,  delle biere de table, quelle, per intendersi, da bere a “tutto pasto”. 2,9% vol. alc., luppoli saaz e east kent golding, una birra semplice, delicata, aggraziata, niente di tirato via o di troppo slavato: i lieviti della fattoria di Austin la movimentano delicatamente, pizzicandola il giusto. Da bere davvero a tutto pasto: i 2,9° alcolici lo consentono ampiamente.
  3. Mad Meg Farmhouse Provisional Ale, una belgian ale di 9% vol. alc., brassata per rinverdire la tradizione delle biere de provision, birre speciali adatte per la conservazione e l’invecchiamento in cantina. Ingredienti “semplici” per questa birra  che reca in effige la figura della Dulle Griet, la strega belga raffigurata nel dipinto omonimo del 1561 di Peter Bruegel il Vecchio, che si dirige verso l’ingresso dell’Inferno con in mano i frutti del saccheggio. Una bella caratterizzazione maltata, con il lievito piccante che fa davvero molto made in belgium, e una luppolatura relativamente sottotraccia. Una bella rotondità, piacevole la beva, soddisfa senza aver bisogno di voler stupire a tutti i costi.

The Kernel Pale Ale Stella: un’altra bella birra dei giovani inglesi di Londra, un’apa da 5,3% abv monoluppolata con il neozelandese stella, un luppolo fresco e non troppo aggressivo, che regala meno esoticità rispetto ad altri luppoli provenienti da quella zona. Floreale e leggermente erbacea al naso, piccante di lievito e rotondamente watery in bocca, rivaleggia alla grande con molte altre indian pale ale, altrettanto frescheggiante, presenti agli stands limitrofi. Un birrificio davvero “a posto”, quello londinese. Più deludente invece la Buxton NZ Pilsner, una pilsner in cask con malti Pilsner, luppolata con Riwaka e Motueka,  5,5% di abv. Sarà stata la temperatura non proprio appropriata, sarà dipeso da una spillatura non proprio calibratissima, ma è stata birra che ha lasciato davvero il tempo che ha trovato. Niente di particolarmente spiccante, poca sostanza e una luppolatura davvero poco impregnante. Finisco con una birra del nord, la Närke Tripel-20 (o 3×20) una supersaison con abv 8,2%, brassata dal birrificio svedese  per celebrare il 20° compleanno di Humlegårdens Ekolager, un beershop svedese famoso per i suoi prodotti da homebrewers.  20 anni, e in questa birra sono finite 20 varietà di malto e 20 varietà di luppolo (dicono loro). Ammesso e non concesso che ciò sia vero (e soprattutto possibile), bevendo la 3×20 non ci si trova di fronte ad un mostro produttivo, nato solo per scalciare e colpire duro: è birra oggettivamente ben costruita, con i lieviti da saison che le regalano fragranza e asciuttezza luppolato/erbacea, con la batteria dei malti che la tiene su a dovere. E’ robusta di alcool, ma non riscalda troppo, ha personalità da vendere e un finale che si fa ricordare per temperanza e sussistenza. Bravi, e non solo per questa birra. Peccato che ne avessero un altro decinaio da poter assaggiare. Ma il fegato è e resta uno solo.

Finisce qui il racconto di questa breve ma impetuosa cavalcata birraria in terra olandese. Bellissima gente, il “solito” piacere di trovarsi di fronte a birrai con i controfiocchi dietro alle spine, cosa che non fa solo colore, ma anche e soprattutto sostanza; tante buonissime birre. Berne il più possibile? Anche no. E’ la strategia giusta per doverci ritornare. Con un po’ più di calma …

 

One Response to “Le “altre””

  1. La fanno in pochi … | inbirrerya

    […] ne fa poche. Con la loro Le Petit Prince Farmhouse Table Beer (già “incrociata” a settembre in quel di Bodegraven) i birrai americani hanno voluto omaggiare la tradizione delle biere de table, quelle birre low […]

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