Bierbrouwerij Emelisse e la sua Tipa

Birrificio molto frequentato da me nel week end olandese del 4° BBF di Bodegraven, birrificio che avevo già cominciato a frequentare a casa mia, bevendo alcune sue (interessantissime) birre. Da qui un post più ragionato sulla Bierbrouwerij Emelisse. Kamperland (dal latino campus, campo o terreno recintato) è una città nella provincia olandese dello Zeeland, nel sud-ovest dei Paesi Bassi. E’ una zona particolare,  composta di diverse ex-isole (da cui il nome Zeeland = terra di mare) e di una striscia di terra confinante, a sud, con il Belgio e bagnata dal Mare del Nord a ovest. Middelburg è è il capoluogo di questa regione, e Kamperland, il paesino dove si trova la Bierbrouwerij Emelisse, è ad 11 km a nord est di Middelburg stessa. 2200 abitanti circa, un borgo dalle antiche origini agricole (le prime notizie che ne fanno menzione risalgono al 976) che si è progressivamente trasformato in un centro turistico. Quasi al centro del paesino si trova il brewpub Emelisse, trasferitosi nei nuovi ambienti nel 2005, sette anni dopo la propria apertura. In questi quattordici anni di attività la piccola brewery olandese (1500 hl. annui prodotti, metà dei quali destinati all’esportazione) si è progressivamente costruita un’ottima fama, rivaleggiando, nella considerazione degli esperti, con la ben più nota brewery olandese, la De Molen di Menno Oliver. Merito soprattutto del brewmaster Kees Bubberman, ottimo homebrewer (il migliore di tutti i Paesi Bassi, dicevano, tanto che nei concorsi ai quali partecipava tutti

Kees Bubbermann assieme a Brian Strumke di Stillwater Artisanal Ales

sapevano di poter lottare solo per il 2° posto) prima di intraprendere la propria carriera produttiva nel brewpub dello Zeeland. E’ lui l’artefice di tutta la già ampia produzione del brewpub, affrontando i vari stili birrari prodotti con mentalità innovativa e dando vita ad una numerosa serie di birre one shot. Tutte brassate con ingredienti non-locali, a partire dall’acqua impiegata, che viene dal Brabante belga, compreso il malto (quello olandese non è ritenuto adatto dal birraio per le birre più “impegnative” del suo portfolio birrario) e i luppoli, che Kees si fa arrivare dai quattro angoli del mondo. Tredici le birre prodotte “stabilmente” a Kamperland, “equamente” divise fra le principali tradizioni brassicole internazionali (tedesca, belga, americana; manca solo quella inglese …), compresa una Urtyp Pilsner a bassa fermentazione. Oltre alla sua prima collaborazione internazionale con Brian Strumke di Stillwater (la Holland Oats, una amber ale da 6,6% abv brassata con l’aggiunta di mele e avena tostata), Kees ha anche dato vita ad un segmento produttivo speciale, contraddistinto dalla denominazione White Label, dedicato all’invecchiamento in botte di alcune sue birre.

Primo impatto casalingo con le produzioni di Emelisse, un impatto “impegnativo”. Ho cominciato infatti con la loro Tipa (o Tripel Ipa che dir si voglia), una massiccia (forse anche troppo) double/imperial ipa nella quale c’è finita una gran quantità di luppoli chinook, simcoe, cascade e amarillo. Che però non è quella che mi ha causato i maggiori “intoppi” gustativi: è stata la forte e poco malleabile componente maltata (unita ad una alcolicità sostenuta e poco mediata) ad impormi frequenti pit stop nell’arco della bevuta. E non ero neanche impreparato, visto che avevo letto la loro presentazione della birra, quella che doppia a volte non è sufficiente (riferendosi alle loro ipa) e che quindi avevano pensato bene di farne una tripla, di ipa, mettendoci luppolo tre volte tanto rispetto al solito; da qui la necessità, sollecitata da loro stessi, di munirsi di una sedia robusta per sedersi e godersi questa birra. Questa Tipa si è rivelata davvero una tipa tosta, per la sua forte carica potenziale di amaro (103 ibu), per un caramello fin troppo invasivo e un corpo fin troppo pieno e cremoso. Drinkability non è l’aggettivo che meglio le si attaglia, e il risultato finale è stato un palato pressochè foderato di malto e caramello, con tutta la pletora degli aromi/sapori imputabili ai luppoli usati con così massiva profusione (agrumi, melone, erba, resina, citrico) presenti ma soccombenti, nella somma finale, davvero poco capaci di pulire/rinfrescare questa birra fin troppo solida. Bello il suo colore ambrato, pannosa la sua schiuma, relativa la frizzantezza, per una birra da ri-bere per essere sicuro di non essere incappato in una bottiglia non troppo a posto. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 10% vol.; © Alberto Laschi

 

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