Gli Struise, ultimamente

Gli Struise, gli “struzzi” che brassavano, all’inizio, sotto una tenda militare poco lontano da Westvleteren, nel cortile di un agriturismo dove si allevavano anche degli struzzi. Gli Struise che si sono trasferiti da non molto a Oostvleteren, nei locali della vecchia scuola del paese, riadattati ai loro scopi. Gli Struise, da sempre molto amati dai rater di Ratebeer (e quindi dai beergeeks?): al 9° posto quest’anno nella classifica fra le migliori 50 breweries al mondo (dopo essere stati 63° nel 2011, 11° nel 2010, 10° nel 2009, 1° nel 2008) e 10 delle loro birre piazzate fra le migliori 50 birre belghe. Gli Struise che, secondo alcuni, hanno perso un po’ il filo della produzione, sbattendosi un po’ troppo in qua e in là per tutta una serie di collaboration beers, per brassare le quali hanno attraversato più volte l’Oceano. Gli Struise che, secondo altri, sono riusciti più di altri birrifici ad affiancare produzione classiche e di alta qualità a produzioni altrettanto ben fatte e anche molto trendy, con molto “imperial” nella classificazione e molto uso dell’invecchiamento in botte. Gli Struise che non aggiornano mai il proprio sito web, fermo nella sezione news, allo scorso febbraio (va un po’ meglio, da questo punto di vista, il loro profilo su facebook),  e nel quale non ci si trova l’elenco delle proprie birre e men che meno la descrizione di qualcuna di esse. Gli Struise che avevano (o hanno ancora?) un beershop on-line, ma al quale si accede con grandissima difficoltà, gli Struise che ora hanno aperto anche un beer shop “fisico” a Bruges. Usando lo stesso termine già adattato ad altri, si potrebbe dire che gli Struise “non stanno un minuto fermi”, dimostrando una gran voglia di fare birra e la solita “deficienza” titpicamente belga nel far sapere agli altri che cosa fanno. L’incarnazione, quasi, del concetto di personalità multiple. Le birre da loro prodotte stanno diventando davvero tante: 70, se non ho contato male, delle quali almeno una decina brassate a quattro (o più) mani, con la serie delle Black Damnation che ha raggiunto ormai le 11 unità e le varie declinazioni della Pannepot che ancora “crescono”. Tante direbbero alcuni, troppe, dicono altri. Io, intanto ne ho assaggiate altre tre, realtivamente “classiche”, dopo quelle (toste e davvero ben fatte) testate a Bodegraven.

La prima è stata la Svea Ipa, l’indian pale ale che Urbain & Co. hanno brassato per il Monks Cafè Sveavägen di Stoccolma. Nomen Omen, si potrebbe dire per questa birra, nome che ne indica esplicitamente la destinazione commerciale:  SVEA, infatti, è la personificazione femminile della Svezia (mercato molto “praticato” dagli Struise), un vero e proprio emblema patriottico, una potente guerriera che ricorda il mito delle valchirie. Quattro i cereali impiegati (orzo, avena, frumento e segale), la serie dei luppoli non è “dichiarata”, 67 ibu e 7% abv, acqua, zucchero e lievito: in una delle prime labels di questa birra compariva, fra gli ingredienti, anche un non ben precisato Struise twist (una sorta di ingrediente “segreto”) che adesso invece non compare più. Una interpretazione alla belga dello stile più prodotto oggi, un’indian pale ale con un dna più continentale che ammerigano. La luppolatura che la contraddistingue raggiunge un bel punto d’incontro fra le varianti agrumate/fruttate/esotiche e quelle erbacee/asciutte/quasi terrose, le prime più evidenti al naso, le seconde maggiormente palesate nel gusto. Malto biscottato sia nell’aroma che nel gusto, non invadente ma nemmeno soccombente nei confronti della partnership luppolata, una componente decisamente fruttata e leggermente speziata legata al lievito made in belgium, una frizzantezza discreta e una rotondità marcata che le rendono decisamente e tranquillamente beverina. Di un amaro un po’ granuloso il finale, non freschissimo, ma abbastanza rasposo e ripulente. Una bella birra, questa ambrata, che rimane sagacemente sospesa sulla linea di confine fra l’americano spinto e l’europeo tradizionalista.

Più modaiola, o più “costruita” invece la Stillwater Jaded (import series vol. 3) brassata dagli Struise e con gli Struise da Brian Strumke di Stillwater Artisanal Ales. Una belgian strong dark ale, brassata con “un sacco” di grano in fiocchi, petali di rosa, gelsomino e violetta, tutti freschi e non essiccati. Che danno leggerezza a questa pur complessa birra, dalla forte impronta alcolica e dalla personalità “multipla”. Si mostra in parte leggera e giocosa come una saison, con tutti quei fiori, in parte piccante e pepata di lievito da belgian ale, in parte tosta e “legnosa” di nocciola, soprattutto nel retrogusto. Più gusto che aroma, frizzante il necessario, scura nel colore e relativamente morbida di schiuma, con un amaro da tostatura che permane, nel finale, a lungo in bocca. Un descrittore finale che la racchiuda? E’ morbida, di una morbidezza maltata e avvolgente, simile in questo ad una doppelbock, con una “sterzatura” luppolata decisa ed efficace, che non le permette un’extra saturazione da zuccheri. 10% abv e quando la finisci ti chiedi: dove sono tutti? Ed è un complimento, dal mio punto di vista.

Jeanne Panne era la figlia di Jan Deyster (considerato da tutti un mago-stregone), la moglie di un fornaio (Jan)  e la madre di ben 11 figli, 10 dei quali morirono di morte naturale prima di lei.  Ereditò dal padre la fama sinistra di stregoneria, e fu arrestata nel 1650 proprio con l’accusa di stregoneria, dalla quale non riuscì a scagionarsi e che la portò al rogo, dove morì bruciata il 16 maggio 1650. Alla strega delle Fiandre la città costiera di Nieupoort “dedica”, ogni due anni, una specie di festival nel quale si rievoca, con tanto di rogo, la figura di Jeanne; e proprio per questo festival gli Struise hanno brassato una loro birra, la Roste Jeanne, una belgian ale con 7% abv. Una birra “tranquilla”, non smodata nè eccessiva, che si instrada serenamente nel solco delle tradizionalissime belgian ale dal colore ambrato. Non è piatta e monocorde come la tristissima Palm di questi ultimi tempi, ma conserva e palesa un tocco produttivo di qaulità medio-alta. Bel naso fruttato, con un malto caramelloso, rinfrescato da curiose note asprigne. Rotonda in bocca, decisamente dotata di carattere e personalità, con una speziatura non parosisstica ma comunque caratterizaante. Ritornano le note asprigne dell’aroma al termine della bevuta, che un finale decisamente pulito e moderatamente ruvido rende davvero soddisfacente. Da bere senza starci troppo a pensare.

 

 

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