Rogue Hazelnut Brown Nectar

L’idea di questa birra viene da lontano, dal 1993 per la precisione, quando Studach Chris, homebrewer e amico di John “More Hops” Maier  (head brewer di Rogue), aggiunse, in qualità di “variante”, alcune nocciole in una European Brown Ale  di sua produzione, che poi presentò alla convention di quell’anno dell’American Homebrewers Association, della quale faceva parte. “In memoria” di quella birra e di quell’amico, dalle parti di Rogue hanno deciso di mettere in produzione questa Rogue Hazelnut Brown Nectar fin dal 1996, e mai scelta fu più azzeccata, per loro. Non ha mai cessato di ricevere premi e riconoscimenti, questa birra, dall’anno della sua prima produzione a pochi giorni fa, quando al GABF di Denver ha bissato l’oro ricevuto nell’edizione dello scorso 2011; 51 riconoscimenti internazi0onali, una delle loro birre più premiate. Lo dico subito: è una birra particolare, non “strana”, ma particolare , che può non incontrare il gusto di tutti. A me personalmente non ha entusiasmato più di tanto, anche se devo dire che è inappuntabile dal punto di vista “tecnico”: nessun difetto, nessuna imperfezione, solo che è birra un po’ lontana dal mio palato (e dalla mia testa). Ma  visti i premi raccattati in giro pe ril mondo, quello in difetto sono ovviamente io …

Veniamo alla birra, brassata con una bella quantità di malti (Great Western 2-Row, Brown, Carastan 13/17, Crystal 70/80, Crystal 135/165, Beeston Pale, Chocolate) e due luppoli (Sterling e Perle, mentre per ratebeer c’è il Saaz al posto dello Sterling), con l’aggiunta di  hazelnut extract (qualsiasi cosa possa significare), per un abv di 6% e un IBU combattuto (36 per il sito della brewery, 28 per ratebeer e altri). E’ una birra abboccata: non un “dolcione” di quelli nei quali ti può capitare di imbatterti quando “pratichi” un po’ il Belgio, ma la dolcezza è comunque la sua caratteristica principale. Tanto da bandirla da qualunque tavola, nel caso uno volesse abbinarla a qualche primo piatto o secondo, salvo poi poterla reintrodurre (in tavola) per accompagnare un delicato dessert o bersela da sola a fine pasto. Non è un marrone tonaca di frate il colore di questa birra, ma un marroncino leggermente slavato e delicatamente ambrato; la schiuma si difende, per consistenza e durata, ma ne ho viste di migliori. L’aroma lo definirei quasi “monotematico”: nocciola, e poi ancora nocciola, con (ad essere proprio pignolissimi) una qualche goccia di panna e un delicatissimo accenno di malti tostati, tabacco e caffè. In bocca è leggera, ma non rotonda, anzi, si dimostra relativamente appiccicosa di caramello, che una delicata carbonazione riesce a malapena a ricollocare e ridistribuire. Anche al palato la caratterizzazione “nocciolesca” è predominante, con una asciuttezza da frutta secca tostata un po’ monocorde. I luppoli usati non contribuiscono più di tanto ad arricchirla e/o variarne un po’ lo spettro gustativo, assolvendo bene la sola funzione di “pulizia” finale. La birra, infatti, termina in un finale non stucchevole (viste le pericolose premesse), aiutata a virare sul versante di una freschezza asciutta e relativamente vivace da una spinta luppolata più che apprezzabile. (Mi) resta una sensazione di non piena soddisfazione complessiva, per una birra che ho trovato sicuramente ben fatta, coerente fino in fondo al progetto iniziale, ma anche abbastanza “piatta” dal punto di vista degustativo. Probabilmente la nocciola, usata come marcatore principale del gusto e dell’aroma, è materia prima che lascia, strutturalmente, poco spazio a tutto il resto. Un rischio, quindi, ma non per quelli della Rogue, che con questa birra si sono tolti più di una soddisfazione in giro per il mondo.

 

Lascia un commento