Un altro mo(n)do

Ti rendi conto di cos’è il Salone del Gusto quando non ci sei (dentro). Spiego. Domenica mattina, a zonzo per le vie del centro di Torino, passeggiata defaticante dopo le 11 ore passate il giorno precedente fra la miriadi di stands allestiti al Lingotto-Oval. Sotto i sempre eleganti portici di Via Roma i “soliti” negozi, le grandi firme e i simboli commerciali del bel vivere piemontese. Fra i tanti, spicca il minimale (nell’arredamento) ma spaziosissimo, luminosissimo e frequentatissimo store della Apple. Mi ci fermo davanti e, guardandolo e osservando la gente che ci si infila a razzo, mi viene fatto di pensare: ci sono davvro due modi di intendere il presente/futuro. Uno è questo, il futuro pensato e costruito sulla grande visione immaginifica di Steve Job, che ha stravolto  il modo di comunicare e di “pensare” la realtà (oltre a farci un botto infinito di soldi). Accanto a questa visione tecnologico-futuristica della realtà, a pochi chilometrri da Via Roma, negli spazi enormi di una ex fabbrica metalmeccanica (ormai “sorpassata” da un modo nuovo di intendere il futuro economico e produttivo), c’è però anche un altro modo di guardare al futuro, e un altro mondo che questa visione la “pratica”. E’ il mondo del “piccolo”, dell’attaccamento geloso e pertinace al lascito della tradizione, è il futuro pensato a partire da un passato sedimentato e ri-attualizzato; è la visione di un futuro nel quale ci può e ci deve essere ancora necessariamente il posto anche per il “piccolo”, per la “nicchia”, nel quale la colatura di alici di Cetara, il formaggio affinato nel fieno da uno sperduto casaro dell’Armenia, il prosciutto di suino nero dei Nebrodi, le spezie gelosamente accudite dal contadino dello Sri Lanka hanno un proprio, indispensabile ruolo (solo per citare quattro dei 1012 espositori al Salone del Gusto). Il Salone è anche e soprattutto questo, nella sua attuale, sterminata estensione: un evento che ruota anche (e soprattutto) commercialmente attorno a questo concetto di “ricchissima diversità”, e che della diversità ha fatto anche un business. Nel quale anche altri hannno trovato posto (non tutti gli espositori al salone erano “piccoli”, “nicchia”, “artigiani”, anche se, a differenza di altre edizioni, tutti sono rimasti fedeli al concetto di sobrietà), il cui apporto economico sembra essere ormai indispensabile alla sostenibilità di questo “ponderoso” evento. Perchè al Salone tutto ormai è diventato very very big (per non dire too big …): dagli spazi, al numero degli espositori, alla quantità sterminata della merce esposta, alla … fatica fisica che si fa per girarselo tutto e anche al costo del biglietto… Difficile tornare indietro, ma difficile anche gestirne la fruibilità: c’è tanto, pure “troppo”, da vedere, assaggiare, annusare. Devi pur fare delle scelte, quando sei lì.

Non sto qui a magnificare la qualità di quel poco o tanto che ho assaggiato: ho cercato di essere selettivo al massimo e mi sono “sdato” (culinariamente parlando) solo quando il gioco valeva davvero la candela. Alcuni formaggi erano da sogno, e pure alcune specialità dolciarie, per non parlare di una serie di insaccati da vero “delirio”. E solo qui lì trovi tutti assieme. Ovviamente un occhio di riguardo l’ho avuto per i birrai e le birre presenti al salone: tanti e tante, non c’è che dire. Anche in questo caso la regola aurea è stata quella di fare di necessità virtù: assaggi mirati, un occhio alle novità e un occhio ai “progressi” dei giovani. Le delisioni maggiori (mi) sono venute dalle birre made in UK, copiosamente presenti al bellissimo stand di Ales & Co.: fra quelle che ho assaggiato la prova migliore l’hanno offerta la Brewdog Dead Pony Club e The Kernel Columbus Summit Citra, una californian pale ale da 3,8% abv la prima, frescamente e degnamente amaricata con la giusta dose di Simcoe, Citra e HBC, e un’altrettanto fresca e beverinissima ipa la seconda, ulteriore esemplificazione della grande vena produttiva del giovane e già affermato birrificio londinese. Abbastanza deludenti e non molto “significative” le birre della Black Isle (birrificio che mi aveva positivamente impressionato in precedenza) con la Yellow Hammer eccessivamente rotonda e la Red Kite un po’ povera di personalità; troppo tosta la Code Black della Hardknott, una black ipa davvero “sostanziosa”, “solo” semplice la St. Peter’s ipa, un birrificio che non riesce mai a convincermi del tutto, abbastanza trascurabili alcuni  altri assaggi volanti. Poi, magari, mi sono perso le migliori che c’erano … Assaggiata con molta curiosità la birra celebrativa che per i 150 anni del proprio birrificio hanno da poco brassato i monaci di Chimay: la Chimay  Spéciale Cent Cinquant ha un ricco profilo fruttato (pesca, albicocca), un tenore alcolico ben ponderato e felicemente mimetizzato, una rotondità alquanto abboccata, “dirazzando” abbastanza anche dalla Triple, l’altra “bionda” di famiglia. Una birra, comunque, molto “belga”. Ripassatina veloce della Bianca e della Triple di Maltus Faber, molto giovane la prima, molto “belgica” la seconda, con un profilo fruttato moilto simile a quello della Chimay di cui sopra, assaggio obbligato per la nuova (almeno per me) Italian Ryot Rye Ipa (spero che si scriva così) del Birrificio del Ducato, 7% di abv per una birra rosso/granata di grana grossa, nella quale la segale si distingue per la sua capacità di sostanziarla (i luppoli sono relativamente in secondo piano). Al Birrificio del Forte mi sono fermato per “testare” la nuova Fior di Noppolo (i “vecchi” della zona così, noppolo, chiamavano il luppolo), una fresh hop beer, si potrebbe dire, brassata per la prima volta quest’anno a ridosso dela raccolta del luppolo autoprodotto dai due del birrifcio versiliese. Un’amber ale fresca e profumata, che strizza l’occhio alle ipa ma che resta anche parzialmente “ancorata” al concetto inglese di bitter. Rotonda, rasposa il giusto, resinosa l’onesto, altamente beverina: 10 kg. di fiori freschi di lupopolo (per 1000 litri di birra) spesi bene. Allo stand dell‘Amiata mi hanno offerto una bella anticipazione del Natale, la loro San Niccolò già pronta per essere commercializzata: una imperial coffee stout per la quale hanno impiegato caffè pregiati “scelti” in collaborazione con gli  esperti de Le Piantagioni del Caffè di Livorno (esperienza simile a quella che Giovanni Campari ha fatto con la Sally Brown Caffè Baracco). Grande robustezza e grande compostezza, una liquidità ricca di caffeina che una luppolatura esigente e articolata riesce a distogliere dal potenziale pericolo della “pigna”: fra gli 8 e i 9° alcolici, se non mi ricordo male, ben distribuiti e mai troppo protagonisti, la sensazione generale delle cose fatte bene, destinate a rimanere, senza nessun stucchevole o ripetitivo deja vu. Tutt’altra storia per la California Monset una delle ipa iperluppolate della nuova stagione produttiva di Revelation Cat: un assalto volutamente luppolato, resinosa, con un caramello abbastanza pervasivo ed una nota non troppo nascosta di liquirizia. da bere penssandcoi, per non lasciarsi cogliere impreparati. Finisco col salutare gli amici del Birrificio di Sorrento, per la prima volta presenti al Salone, con la loro Syrentum in ottima forma e la Minerva ancora bisognosa di una qualche aggiustatina, con il disappunto di non aver potuto assaggiare l’Etrusca di Birra del Borgo, nonostante i quattro (quattro!!) passaggi al loro stand (la mattina era troppo presto, il pomeriggio “manca poco“, poi “Leonardo la sta presentando adesso, ripassa“, e poi “aspettiamo l’ordine di Leonardo“), alla faccia della considerazione per il cliente, e con il ricordo di un’ottima e rilassata bevuta di La9 con Moreno. L’ultima domanda è  per gli organizzatori: dove vi siete “dimenticati” le sedie?

 

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