Oh mamma mia! (2)

Vai a leggere sulla sua label (perchè non ci sono altre notizie “certe” in giro, nella migliore tradizione di Dochter Van Der Korenaar) e ci leggi A special, gueze-style ale brewed with wild yeast. E ti senti (almeno parzialmente) confermato in grazia, perchè dopo il primo, stupefacente sorso, mi sono detto: c…o, una gueze affumicata! E subito dopo: e da quando Ronald si è pure messo a fare il blender di lambic per tirarci fuori una gueze? E infine: ma possono esistere gueze affumicate? Tutto questo mi ha attraversato la mente in quei 20 minuti di relax alla domenica pomeriggio dello scorso Villaggio, quando mi sono rimpiattatao da tutti e a da tutto per poter mangiare in santa pace un tagliere di formaggi faticosamente sottratto al delirio imperante nella cucina del TNT. Per dirla tutta, ce le siamo chieste in due tutte queste cose, io e Gennaro dei Cerullos Brothers, col quale ci siamo incrociati e al quale ho sottoposto in assaggio un bicchiere della L’Enfant Terrible, ricevendone la stessa impressione stupefatta di me medesimo. Quale sarebbe stata la strada più semplice per levarsi tutti questi dubbi? Uscire dal nascondiglio interno al TNT, fare 50 mt. e andare a chiedere tutto questo a Ronald, che era presente di pirsona pirsonalmente (come direbbe Catarella) dietro le spine del proprio birrificio. Troppo facile. Il tempo di tornare a quota periscopio e subito vengo sterzato a fare altre dodici cose, che mi impediscono di cogliere l’attimo (per me diventato poi definitivamente fuggente). E quindi, persa l’occasione, glielo chiediamo per mail, a Ronald, di spiegarci il piccolo arcano che ci sta dietro a questa sua birra. E, stranamente, ci risponde a stretto giro di … mail; sinteticamente ma anche esaurientemente.

Facile, dice lui, pensavo che già lo sapeste (e, bontà sua, perchè avremmo dovuto già saperlo?). La base di questa birra è la Bravoure (prima lampadina che si accende!) la sua smoked ale di 6,5% abv., una birra per persone coraggiose, come si legge sul sito della brouwerij. Una partita di quella birra gli si era accidentalmente infettata, “causandogli un forte mal di testa”, ci dice lui: da qui il nome della birra, quello di una propria “creatura” fonte di un sacco di problemi. Questo evento non desiderato gli fa comunque balenare l’idea, poi tradotta in prassi, di “governare” questo processo, aggiungendovi una ulteriore variante. Prende un batch di Bravoure, e dopo due/tre settimane dalla produzione la mette a fermentare in botti di rovere utilizzate per il vino, aggiungendovi, questa volta volontariamente, Bretttanomyces e Lactobacillus. La birra, quindi, subisce una prima fermentazione lattica e poi una susseguente fermentazione “selvaggia”: l’insieme delle due origina un processo mediante il quale smokey esters are changed into fruity esters by the Brettanomyces, which is a mystic and

Le botti nelle quali matura L’Enfant Terrible

wonderful process. La birra ci resta sei mesi in botte, poi viene imbottigliata a mano e passa altri due mesi in bottiglia per il definitivo condizionamento. E il gioco è fatto: ed è fatto talmente bene che nell’edizione 2011 dell’ European Beer Star vince l’argento nella categoria belgian style -Gueuze e lambic  (prima calssificata la Berseel Morning del Ducato, che mi sta aspettando in cantina…). Questi sono la storia e il presente di questa birra, che tanto mi ha colpito al primo assaggio e che ulteriori assaggi mi hanno definitivamente fatto esclamare Oh mamma mia!, come avevo fatto in un precedente post per la Rulles Estival . Una birra che non ti permette di restare indifferente o solamente tiepido nei suoi confronti, in virtù della sua forte complessità e della sua ricercata architettura. Una birra vigorosa, di un coloro ambrato scuro, aspra ma non così acida come una gueze tradizionale, con un sottofondo delicatamente affumicato (non “fumoso”) che la contraddisitingue fra mille. Estremamente carbonata, dalla schiuma ricca e guizzante, ha naso straordinaraiamente complesso, nel quale si altrernano sensazioni olfattive tipiche delle gueze (legno, muffa, cuoio) a sentori di frutta, di erbe aromatiche, di miele. Anche al palato la birra regala di tutto e di più: lievito, malto affumicato, acido lattico, una sprizzante acidità da Bretta, legno come di vino bianco, sigillando il tutto con un finale decisamente asciutto e secco, che sancisce definitivamente l’ottima riuscita del prodotto. Una birra quasi “spiazzante” nella sua novità non artificiosa, che allarga i confini del gusto, espandendoli in un segmento fino a qui da me mai esplorato. Una birra che stupisce e che, soprattutto, affascina. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6,5% vol.; © Alberto Laschi

 

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