Tre danesi nel “belgio”

Non capita spesso, ma capita, comunque, che nel catalogo di Birrerya ci siano delle “incursioni” extra-belghe. E’ capitato tempo fa quando sono state inserite una serie di birre americane ed olandesi, è ricapitato adesso, nel momento in cui più di una ventina di nuove birre di Mikkeller sono andate ad affiancarsi a quelle già presenti nel catalogo. Mikkel Borg Bjergsø, si sa, è “personaggio” birrariamente discusso, un vero e proprio globetrotter del brassaggio, che cerca sempre di trovare la risposta (birraria) giusta alle molteplici richieste che gli arrivano dal “mercato”. Poi ci mette del suo, nel senso che c’ha comunque in dote una ricca dose di fantasia ed intraprendenza produttiva, alla quale aggiunge una scaltrezza commerciale invidiata da molti. Ne fa tante di birre, ogni anno, pure troppe dicono in molti: una cosa è certa, però, difficile, con le sue birre, incappare nella ciofeca assoluta. Tante, molte anche strane, alcune tanto tanto estremizzanti (e pure discutibili nella loro impostazione), altre anche un po’ presuntuose, ma Mikkel, quando si mette a spignattare (quasi) sempre ci azzecca. Soprattutto quando decide di non strafare con troppi effetti speciali e un uso smodato di barrique e Bretta vari. Ho cominciato a testarle, queste nuove (per Birrerya) birre danesi, e devo dire che (per ora) non ne sono riamsto deluso.

La Prima è stata la Kiin Kiin, la birra che il gipsy brewwer danese ha prodotto sugli impianti di De Proef (come fa per quasi tutte le birre destinate al mercato europeo) per l’omonimo ristorante di Copenaghen (uno dei due ristoranti tailandesi in tutto il mondo con una stella Michelin), che propone, ad alti livelli e con una buona dose di innovazione, piatti legati alla cucina thai, quella dei “cinque sapori basilari”: piccante, dolce, salato, amaro e acido, quasi sempre proposti nello stesso piatto combinando peperoncino, zenzero, galangal, lime, limone, tamarindo, zucchero, salsa di pesce o salsa di ostriche. Per potersi “sposare” con questo tipo di cucina, Mikkel ha pensato bene di creare una fruit beer (così la classifica ratebeer) da 5% abv per la quale si impiega in maniera non proprio minimale lime e limone. Fa un effetto un po’ strano, il berla, all’inizio: è ovvio che sei già preparato mentalmente al aftto che quello che hai nel bicchiere non potrà che risultare citrico e/o astringente, ma in bocca ti ritrovi una birra meno asprigna e citrica di quanto uno si aspetti, con una forte componente watery che non annacqua eccessivamente la beva. Che risulta fresca, piacevolmente lineare e monocorde solo in parte, con il lime che spicca più del limone, e con un tono agrumato che resta a lungo in fondo al palato. Sono sicuro che si  possa piacevolmente abbinare ai piatti piccanti e speziati di questa particolare cucina, ma fa la sua dignitosissima figura anche come leggero e brioso aperitivo “in solitaria”.

Con la Belgian Tripel la musica cambia radicalmente: poco “estro” e più “sugo”, meno innovazione e più tradizione. La “leggenda” narra che questa birra sarrebbe stata prodotta per il solo mercato italiano, ma un errore verificatosi durante la filiera del trasporto avrebbe originato una distribuzione molto più ampia del previsto. Tant’è, in Italia è comunque arrivata, e anche in Birrerya, nel cui catalogo recita la parte del controcanto nei confronti delle tante belgian tripels  “originali”. Rispetto alle quali ha una componente di parziale discontinuità rappresentata dall’uso di grano ed avena in bollitura, mentre l’uso misurato di zucchero candito, buccia d’arancia e coriandolo non la fa discostare troppo dalla affermatissima tradizione belga di questo segmento produttivo. Non è un dolcione, non è stucchevolmente massiccia, la pur corposa alcolicità (9% abv) è ben distribuita ed incanalata lungo il solco di una beva rotonda e compensata. Abbastanza “liquida”, moderatamente speziata, decorosamente carbonata, ha corsa lunga e meditata, priva di sobbalzi, che ti conduce con una diligenza per niente manieristica ad un finale caratterizzato da un filo di amarezza del tutto appropriata. Ci può stare, nel Belgio.

E si finisce, per ora, con la Ricemarket, che ci riporta nuovamente sul versante delle birre “da ristorazione”. Questa Spice/Herb/Vegetable beer (per Ratebeer) o japanese rice lager (per Beeradvocate) è stata brassata (sempre da De Proef) per mano di Mikkel per venire incontro alla richiesta/scommessa avanzata dal gestore di un altro rinomato ristorante di Copenaghen, The Ricemarket, specializzato anch’esso in cucina thailandese. A differenza della Kiin Kiin, questa birra è molto più “normale”, meno ricercata e relativamente più classicheggiante. Per lei Mikkel ha usato zenzero e miele, che conferiscono a questa pur leggera bevuta (6% abv) una complessità aggraziata e quasi inusitata. Ha aroma erbaceo e palato piccante, spezie e miele si fanno notare senza troppi ammiccamenti, regalando freschezza e consistenza. E’ comunque agile, non scattosa ma scattante, sa farsi perdonare qualche insolita nota un po’ gommosa e finisce la propria corsa promettendo e mantenendo, alla fine, freschezza e sapore. Molto interessante.

 

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