3 x Opperbacco

Opperbacco, la “creatura” di Luigi Recchiuti è diventata ormai “grande; tre anni di attività (il birrificio è stato aperto nel 2009) sono già abbastanza, di questi tempi, per “certificarne” lo stato dell’arte, per verificarne il raggiungimento degli obiettivi prepostisi, per dare un’occhiata significativa alla tendenza produttiva. Non sono poche le birre che in questi tre anni sono uscite dagli impianti di Notaresco, nessuna di esse banale o scontata, tutte segno e simbolo di una bella mentalità produttiva, di una fantasia ricercata nella scelta delle materie prime, di una comptenza tecnica nel produrre davvero degne di nota. Tre le sue birre che ho bevuto in queste ultime settimane, tutte e tre davvero meritevoli di essere raccontate.

La menta piperita: Luigi è il secondo in Italia, che io sappia, ad usarla per una birra. Il primo, in ordine di tempo, è stato Marco “Serpico” Marengo, mastro birraio di Citabiunda, per la sua particolarissima Black Rebel, una mint stout brassata con l’aggiunta di menta piperita acquistata dal consorzio Essenzialmenta di Pancalieri. Scoperta ufficialmente nel 1696 dal botanico inglese John Ray e “sistematizzata” nel 1753 da Carolus Linnaeus (considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi), la menta piperita (la peppermint) era molto conosciuta già dal tempo degli Egizi e dei Romani; ha avuto una diffusione sempre maggiore dal momento in cui si scoprì che conteneva un’elevata concentrazione di mentolo, usato poi in maniera intensiva nell’industria dolciaria, liquoristica e farmaceutica. Luigi la usa, la menta piperita di produzione locale, per la sua Bianca Piperita, assieme al frumento non maltato, all’avena, alla buccia d’arancia, al coriandolo e al miele locale, oltre ai luppoli styrian goldings e saaz. Tutti questi ingredienti compongono nella loro sintesi finale l’essenza di una blanche di ispirazione belga, con 4,2% di abv e 15,2 ibu: aggraziata in bocca, delicatamente pungente, citrica quel tanto che basta per non debordare nel “limonoso andante”. E’ di un bianco lattiginoso, con tanta schiuma, relativamente volatile, e un ottimo bouquet, nel quale frumento, spezie, miele e quel leggero sentore pugnace di menta si amalgamano senza contrastarsi e/o sovrapporsi. Stesso, ottimo risultato, in bocca, dove la birra rotola allegramente, spinta da una frizzantezza adeguata e sbarazzina, sostenuta da una bella personalità che la rendono davvero spiccatamente simile alle consorelle belghe dalle quali Luigi ha tratto l’ispirazione. Fresca, freschissima: bevuta alla spina all’Open di Roma ha soddisfatto subitissimevolmente  l’arsura da camminata prolungata.

Dal Belgio agli USA, dalla witbier alla american pale ale: la EiPiEi, tale e quale, nel nome, allo spelling delle tre vocali iniziali. Esatta nel nome  ed esatta nei fatti, che, in questo caso, consistono nell’aderenza della birra allo stile dichairato e nella scelta delle materie prime (soprattutto i luppoli) che la sostanziano. Una bella deriva americana per questa pale ale dall’anima british (nel mosaico dei malti usati) e dall’espressione finale made in usa, fatta di quei luppoli che ne hanno contraddistinto la storia birraria (cascade, centennial, chinook, columbia, simcoe). Ambrata, limpida, dalla schiuma bianca e abbondante, ha un naso che non corrisponde perfettamente al gusto: più rotondamente maltato il primo, più esplosivamente luppolato il secondo. Il malto, il caramello e anche l’avena “occupano” maggiormente lo spettro olfattivo di questa birra, lasciando solo intuire alcune note agrumate e di pesca. In bocca invece è decisamente amara, di un’amarezza aspra e prosciugata. Il malto e la sua morbidezza forniscono solo l’iniziale tappeto gustativo; poi i luppoli fanno, bene, il loro lavoro, senza mezze misure e senza nessuna estraniazione dal concetto (pur complesso) di apa. Niente di particolarmente esotico e/o scoppiettatnte, ma una bella luppolatura elegante, posata e gradevolmente secca, che serve a mantenere la posizione, per tanto tempo. Rimane a lungo in bocca e in testa. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc 6,1% vol.; 48 gli ibu.

E infine la “birra musicale”, la Tripping Flowers. Dedicata da Luigi all’omonima rock band abruzzese, ha una particolare caratteristica, volutamente ricercata dal mastro birraio: per questa golden ale vengono usati fiori in grande quantità, da quelli dei luppoli nobili usati (saphyr, perle, saaz, tettnanger, spalter select, styrian goldings) a quelli di mandorle e rose,  che viaggiano sopra al mosto durante la bollitura. Fiori, quest’ultimi, che però possono variare, a seconda della loro reperibilità in quel momento: in alcuni lotti sono statai impiegati anche quelli di viole, primule e girasoli, ad esempio. La sostanza, comunque, non cambia: è birra particolare, ricercata nei suoi particolari produttivi ed estroversa, che racchiude una ricchezza produttiva senza tenerla però legata troppo a freno. Ha color oro, poca schiuma e relativamente fuggevole, e un naso sorprendentemente primaverile: un vero prato fiorito, con tanto erbaceo fresco e una leggera nota citrica, senza nessuna evanescenza. Gli aromi ci sono tutti, e si avvertono, a lungo. In bocca è guizzante e svelta, forma e sostanza non mancano (i malti, come nell’aroma, comunque la sostengono a dovere), ma prevale sveltezza decisa ed asciutta. Niente di esasperato e niente di eccessivo: una secchezza “continentale”, quasi nobile, meno estrosa della EiPiEi, più incline alla asciuttezza elegante che alla freschezza maricante. Un’altra bel tassello produttivo nel contesto del mosaico generale di Opperbacco, sempre più interessante. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6,1% vol.; 33,9 gli ibu.

Menzione d’onore per la rinnovata veste grafica delle ultime labels di Opperbacco, davvero ben riuscita.

 

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