De Leite: bravi!

Il Médoc è una delle regioni vitivinicole francesi più famose al mondo: adagiata lungo l’estuario della Gironda, si divide in Médoc, appunto, e Haut Médoc. In alcuni comuni di questa zona prendono forma e sostanza alcuni dei vini più pregiati della tradizione vitivinicola francese, ai quali l’uva Cabernet Sauvignon (assieme al Merlot e al Cabernet Franc) dà l’imprinting inconfondibile. Da questa zona Luc Vermeersch, birraio e titolare della Brouwerij De Leite si è fatto arrivare alcune botti di rovere nelle quali avevano soggiornatoper lungo tempo alcuni dei preziosi vini di quella regione. Le ha messe in birrifico e ci ha

la Mam’ Zelle fotografata al meglio, come sempre, da William Roelens

fatto sostare per un bel po’ di tempo una belgian strong ale da 8,5% abv, alla quale ha poi messo il nome di Cuvée Mam´zelle (nome del quale ignoro del tutto genesi ed eventuale significato). Luc l’ha portata al Villaggio della Birra di quest’anno, ma non ce l’ho fatta, in quei tre splendidi giorni, ad assaggiarla. Me ne sono portate però un paio di bottiglie a casa, per un assaggio misurato, seppur tardivo, culminato in una bevuta che mi ha davvero soddisfatto. E’ birra alla quale il lungo riposo in botte ha conferito un profilo alquanto particolare, che dal vinoso non greve si sposta repentinamente sul versante dell’acidulo svettante e scattante, per finire in un finale goduriosamente asciutto e ruffiano. Era, in origine, una semplice blond ale che il tempo, il legno, qualche incursione di lieviti selvaggi e la saggezza del birraio hanno trasformato in altro, in una birra che qualcuno ha definito indomabile e qualche altro ha addirittura paragonato ad un lambic gassato. Non sembri irriverente quest’ultimo paragone, perchè nel corso della bevuta, la Cuvée in effetti, ha suscitato più di un accostamento mentale a quella sacra bevanda, con i suoi spunti aciduli e aspri, con alcune sue derivazioni piacevolmente e gentilmente acetose, con il suo finale acceso e pungente, aspro quanto il corso della bevuta aveva reso desiderabile per finire in bellezza. Frizzante ma non troppo, agile e guizzante più di quanto uno si potesse aspettare, pungente e piccante di lievito, fresca di frutta (mela verde, arancia e altri agrumi), cigolante e ruvida di legno nobilitato dal vino. Davvero una bellissima prova produttiva per questo birrificio nato da poco (2008), rinnovato da pochissimo nella sua impiantistica (2011), che ha già vinto la non facile scommessa, che in Belgio stanno cominciando a fare in molti, della maturazione in legno. Eccellente ed originale, davvero.

Come davvero ben fatta si è dimostrata anche la Ma Mère Speciale, altra birra presente al Villaggio e altra birra che ho toppato, in quella occasione. Ma ho rimediato, anche in questo caso, e il risultato è stato il medesimo. Birra completamente diversa dalla prima, che rispondeva all’esigenza produttiva di misurarsi con la barrique; con questa belgian ale alquanto luppolata Luc si è voluto divertire a dare una risposta in stile quasi manu militari alla crescente domanda di birre “amare”. Amaro che in francese si dice amére: da qui il nome e la sostanza di questa birra, che dell’ amarezza pronunciata fa la propria bandiera. 72 IBU e sentirli tutti, poco diluiti nel suo 6% di abv, con una profusione tale di luppoli continentali ed inglesi da fare invidia ad una qualsiasi birra di De Ranke (quando erano in forma …). A cavallo fra un’amarezza british da strong bitter e una amaritudine di belgica memoria e tradizione, la Ma Mère si pavoneggia della propria configurazione aggressiva e battagliera, poco incline alla mediazione e tutta votata all’attacco (lupppolato). Decisamente carbonata (anche un capellino troppo, direi), ostinatamente e pertinacemente amaricante, ha schiuma che sorvola leggera e svelta un liquido velatamente biondo, con un naso e un palato nettamente citrici e delicatamente piccanti. Ha asciuttezza da vendere, prosciuga fin dall’inizio lingua e palato, stuzzicati fino alla fine dal palleggiare aggressivo del luppolo, poco “sterzato” dalla componente maltata. Non scivola mai sul versante del “troppo” (troppo amara, troppo asciutta, troppo piccante …), rimanendo avvinghiatta con tenacia  e coerenza alla sponda del “molto” (molto amara, molto beverina, molto ruffiana, anche …). Non è che ne puoi bere a secchi, ma la bottiglia finisce veloce, e con gusto.

 

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