Tre IPA “mondiali”

Era un po’ di tempo che non me ne capitava sottomano qualcuna “buona”, e poi, improvvisamente ne sono saltate fuori dal cappello, a sorpresa, tre, che ho assaggiato quasi in sequenza. Tre ipa “mondiali”, sia perchè vengono da paesi e zone geografiche distanti fra di loro, sia perchè si sono  rivelate davvero “mondiali”, ossia, very very ben fatte.

Cominciamo dal “solito” De Molen e da un mio abbaglio: credevo fosse una bassa fermentazione, e invece …. La Sladek Hopburst (“scoppio di luppoli“, letteralmente, ma anche una tecnica produttiva che consiste nell’immettere tutti i luppoli scelti assieme e in ritardo, rispetto alle normali tempistiche del brassaggio) è invece una signora ipa; fesso io che mi ero fatto un’idea sbagliata, fin dal suo acquisto, lasciandomi “traviare” dal nome del luppolo, europeo, solitamente non troppo usato in questa tipologia birraria (che io sappia). Lo Sladek, protagonista assoluto di questa (ottima) bevuta, è una varietà ibrida del Saaz (ne contiene una percentuale vicina al 30%), ad alto rendimento, commercializzato a partire dal 1994 e impiegato per dare, in fase di produzione, una maggiore “spinta” all’aroma,  anche se si fa notare (eccome) pure nel gusto. Bevuta (con inconsapevole ritardo) a tre anni dal suo imbottigliamento è la non conferma della regola per la quale le extra-luppolate vanno bevute fresche. La birra che ho bevuto era ancora “viva” e “agitata”, portatrice sana di un’ amarezza da bombardamento di Dresda. Aggressiva e pugnace, poco arrendevole e molto attacchina, si è data un bel daffare nel bicchiere per farsi notare, con una amarezza radicata e piccante, fatta di tanto luppolo, ma anche di lieviti, anch’essi vivaci. Relativamente erbacea, decisamentre citrica, è birra che tendenzialmente perdona poco e regala molto, con una pervasività amaricante che si protrae fino alla fine della bevuta. Tanta schiuma, a bolle relativamente grosse,  tanto sedimento (in questo i tre anni di deposito hanno, forse,  lasciato il segno), una frizzantezza “esagerata” per una birra dal corpo scattante e poco addomesticabile. Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl; alc. 6,2% vol.; © Alberto Laschi

Se uno va a vedere su Beeradvocate, la Sierra Nevada Celebration Ale  è l‘american ipa più recensita (2895 le schede valutative) ed anche su Ratebeer si “difende” bene: 2671 recensioni. Una birra, quindi pluri-bevuta e molto apprezzata, sul mercato dal 1981, nella sua attuale configurazione fin dal 1983. Una delle prime ipa americane prodotte in assoluto, sulla quale molte leggende si sono appuntate e tante schiere di bevitori si sono scornati, parlando a più riprese di cambiamenti nella ricetta, impiego di luppoli diversi ogni anno, aggiunta di qualche spezia particolare. Bill Manley, coordinatore della comunicazione in Sierra Nevada, ha spazzato via, in una sua dichiarazione, tutti i dubbi e le “chiacchiere” a tal proposito. Pur essendo una birra “invernale”, è brassata con soli luppoli freschi, non ha mai contenuto spezie e le tre C del luppolo da sempre usate (Chinook, Cascade, Centennial) hanno da sempre conferito i classici 65 IBU. Poi non è che tutti gli anni il luppolo usato è perfettamente identico a se stesso, e anche fra lotti diversi dello stesso luppolo, a volte, alcune differenze sono avvertibili. Quindi nessun cambiamento nella ricetta, ma solo alcune possibili variazioni del gusto e dell’aroma derivate da possibili scostamenti nelle caratteristiche delle materie prime. E comunque è davvero un gran bere, questa Celebration, una grande APA/IPA con tanto malto (Two Row Pale ed English caramel) e tantissimo, elegantissimo luppolo (con il cascade e il centennial che spingono anche nel dry hopping). Una schiuma che fa da cappello e da sigillo, solida, compatta, il bel colore ambrato leggermente scarico, un naso fresco e pungente di resina, con inserti di pompelmo ed altri agrumi, e una corposa scia maltata (non troppo caramellosa). In bocca ha grande personalità, è quasi altezzosa, e ripropone, a parti invertite, la sequenza aromatica: malto consistente, rotondo, corposo, e poi gran deriva agrumato/erbacea che arriva dritta dritta ad un finale esattamente amareggiante, con un tocco di esoticità, in un mare di classicità. Una birra che ho bevuto (e che riberrei volentierissimo) alla velocità della luce. Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl.; alc. 6,8% vol.; © Alberto Laschi

E per ultima a Westbrook India pale Ale, della quasi neonata Westbrook Brewing di Mount Pleasant, aperta dal 2010 nello stato della South Carolina. Un birrificio giovane e rampante, dal bellissimo concept grafico elaborato dal graphic designer studio Fuzzco di Charleston, sempre in South Carolina; aperto da Edward e Morgan Westbrook (marito e moglie) è già “provvista di un ricco portfolio birrario e di una ricca barricaia, ormai “obbligatoria” di là dall’Ocenao per ogni birrificio che si rispetti.  Evil Twin, fra l’altro, ha brassato qui cinque delle proprie birre e Stillwater due, tanto per dire e per far capire di che “pasta” è fatto Edward e di quale modo di “concepire” il brassare è “alfiere”. Homebrewer dal 2006, una laurea in informatica nel 2007, il progetto di fare un birrificio che gli ronza in testa a partire dal 2009. Edward sembra avere le “mani piene” di ricette, anche se il suo focus produttivo sembra essere quello belga. Ma sembra essere bravo anche nelle birre di casa sua, e la sua indian pale ale lo sta a dimostrare. Gli stessi gradi e gli stessi IBU sella Sierra Nevada Celebration, il medesimo (o quasi) color pesca matura,  malti munich e carapils e quattro luppoli ammerigani modularmente stratificati, aggiunti per quattro volte in bollitura e due volte in fermentazione. Il risultato è una ipa classica, leggera, ben fatta, non estrosa ma curiosa, non aggressiva ma accattivante, che acchiappa con gentilezza ed eleganza.Tutto il bagaglio delle sensazioni fruttato-tropicali e della relativa caratterizzazione agrumata, una lievità naturale, a partire dalla carbonazione, gentile e quasi remissiva. Una bevuta leggera, adatta per non impegnare troppo la testa, ma che non manca di soddisfare a pieno gusto ed olfatto. Quella leggerezza/delicatezza/compiutezza che manca, purtroppo, a tante italian ipas, spesso neanche cloni, ma solo succedanei delle molte, moltissime “sorelle” ammerigane. Assaggiata in lattina da 0,33; alc. 6,8% vol.; © Alberto Laschi

 

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