Tre birre della sete

Rubo a Schigi, per il titolo di questo post, una sua folgorante definizione,  atta a descrivere quasi perfettamente la tipologia birraria di questi tre grandi prodotti che hanno come (splendido) comune denominatore il fatto che, mentre li bevi e dopo che li hai finiti di bere, la sete diventa solo un ricordo. Tre birre che fanno della liquidità dissetante e aggraziata il loro splendido valore aggiunto.

Quando ho finito di berla, la Fanø Havgus (Kunstner Øl n° 3), mi sono dispiaciuto di queste tre cose, in sequenza: per primo, mi sono dispiaciuto perchè era finita in un amen, fin troppo presto; poi mi sono dispiaciuto (e anche un po’ auto-preso a schiaffi) perchè quella appena scolata era l’unica bottiglia che avevo (e non mi ero premurato di averne almeno una cassa in cantina); e poi il dispiacere “definitivo”, quello legato al fatto che questa birra non la riberrò più. Ryan Witter-Merithew, l’americano artefice di tutti i grandi successi birrari che in questi ultimi tempi hanno fatto conoscere in tutto il mondo la Fanø Bryghus, ha da poco fatto i bagagli, portando la propria sapienza produttiva dalla sperduta isoletta del Mare del Nord all’Inghilterra, mettendo fine alla propria splendida esperienza produttiva danese. E quindi la Havgus come la faceva lui lassù non ci potrà più essere. Una vera tragedia, direi, perchè una session ipa così buona non l’avevo mai bevuta. L’alcol al minimo indispensabile (2,7% abv), nessuna labilità olfattiva o gustativa, una trama maltata leggera ed adeguata, quasi in controluce, un uso esageratamente delicato ed appropriato dei luppoli (simcoe, centennial, cascade), una grande prova d’autore per quello che considero uno dei profeti dell’equilibrio produttivo. Perchè non è facile brassare una birra così vicina al concetto di low alcool senza penalizzarla nel carattere e nella personalità. La Havgus il carattere ce l’ha,  non si perde in ghirigori, non va a cercare il colpo ad effetto, regala ad ogni sorso la freschezza delicatamente agrumata che questo tipo di luppolatura (se si ha la giusta cognizione di causa) regala quasi in esclusiva. Una vera e propia birra d’autore (Kunstner Øl), capace di portare davvero un po’ di splendida luce in quel mare di nebbia (Havgus) gustativa nel quale molti birrari ancora fanno fatica ad orientarsi. Ma non lui.

Si resta in Danimarca (Beer Here è comunque un “progetto” danese), anche se produttivamente si attinge dal Belgio (la Beer Here Wicked Wheat è infatti brassata, come alcune altre birre di Christian Skovdal Andersen, da De Proef). Una wheat ale da 4,7% abv il cui motto è “niente è quello che sembra” (e l’immagine di un gatto con in mano una motosega sanguinolenta effigiata sulla label questo starebbe a significare). Una birra di frumento “alternativa”, nella quale la pur consistente presenza del cereale impiegato conferisce più freschezza che sapore, lasciando che la parte del leone la reciti la componente luppolata. Che è data dal solo, americanissimo citra, il quale imprime su aroma e gusto una bella impronta agrumata, con pompelmo fresco e limone che vengono fuori alla grande. Un effetto voluto e cercato, penso, che Christian ha saputo infine conferire a questa birra per renderla fresca e saettante: rotola in bocca che è un piacere, regala un finale dall’amaro contenuto ma persistente, con una fragranza decisamente citrica che sancisce la definitiva, piacevolissima riuscita di questa birra. Una conferma: Beer Here difficilmente sbaglia un colpo.

La versione “spensierata” di Menno Oliver: la si ritrova in questa Man & Muis (ma anche in altre sue birre, come la Nat & Droog, l’ Amarillo, l’Amerikaans, la Op & Top), una ESB/premium bitter da 5,2% abv. La versione “leggera”, che arriva quando Menno smette i panni dello stramazzatore di lingua e palato con la sua quasi infinita serie di imperial qualsiasi cosa e veste quella del birraio carezzevole, lieve nella mano e sbarazzino nella testa. Dimostra (quasi sempre), Menno, di essere bravo in entrambe le versioni del sè birrario: nel caso della Man & Muis fornisce davvero una grande prova d’autore. Una birra facile, facile come bere un bicchier d’acqua … luppolata. Una vera e propria birra della sete, che te la leva la sete con l’eloquenza misurata di chi sa spendere solo le parole giuste. Sta tutta nel concetto non facile da centrare di “medietas” (mediamente amara, mediamente rotonda, mediamente asciutta ….), con 60 ibu (ma paiono molti di meno) e luppoli prermiant e saaz per l’amaro, columbus e cascade per il dry hopping. L’effetto globale è quello di una birra perfettamente watery, la sensazione che più ti rimane in testa è quella di una asciuttezza ricca di sapore. Non è povera di niente, non le manca (quasi) nulla per essere (quasi) perfetta nel suo genere: un capellino di frizzantezza in meno e un’attenuazione un pochino più “svelta” la renderebebro perfetta. Ma non ne siamo per niente lontani.

 

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