Pannepot Reserva 2006

“Thick beer” o “bier dik”, una “birra di spessore”: senza un nome preciso, senza neanche la bottiglia. Era conservata in piccole botti, in cantina, nelle case dei pescatori della zona costiera di De Panne, sul Mare del Nord, nelle Fiandre, da dove veniva “prelevata” per essere versata in contenitori di acciaio fatti precedentemente arroventare sul fuoco. Erano le donne di casa che operavano questa “procedura”, quelle stesse donne che l’avevano anche brassata (sempre in casa propria), visto che gli uomini erano sempre in mare, a pescare aringhe. Questa birra senza nome, piatta, arricchita a volte con tuorli d’uova e irrobustita dall’uso non morigerato di zucchero di canna, una volta che entrava in contatto con le pareti arroventate del contenitore di acciaio si caramellizava quasi all’istante, assumendo una caratterizzazione “spessa” e una consistenza altrettanto pronunciata. Perfetta per riscaldare i corpi e lo spirito dei marinai agghiacciati dall’inclemenza del Mare del Nord. Questa birra della tradizione marinaresca e familiare, Carlo Grootaert (che è originario proprio della zona di De Panne) e Urbain Coutteau l’hanno voluta ribrassare, dandole nome e sostanza, quasi un secolo dopo: questa birra è diventata la Pannepot, nata, o meglio ri-nata nel 2005, uno delle birre più apprezzate di tutta la produzione dei De Struise Brouwers. Birra che porta il nome una barca, la pannepot appunto, tipica della marineria di De Panne dei primi anni del ‘900, adoperata per la pesca lungo la costa. Una barca particolare, dal fondo quasi piatto. I pescatori di De Panne avevano infatti le barche ma non un porto dove attraccarle, e per questo ogni giorno dovevano tirarle in secco sulla spiaggia: il fondo piatto di quelle barche era perfettamente funzionale a questo tipo di operazione. Barca che è ritratta in un dipinto di proprietà dello stesso Carlo Grootaert e che oggi è esposto in uno dei luoghi di “culto” birrario belgi: il Kulminator di Anversa.

Arriviamo alla birra, e alla versione vintage, direi, di questa birra: la Reserva 2006, alla quale ho fatto la festa un paio di giorni fa.  Una bottiglia proveniente da quella “riserva indiana” partorita nel 2005 dagli Struise (90 hl.), trasferita poi interamente in botti (da 225 lt. ciascuna) di rovere francese, nelle quali ha soggiornato per 14 mesi. Dopo un primo step commerciale, gli hl. rimanenti sono stati messi in un secondo lotto di barili di quercia, originariamente utilizzati per far maturare il calvados, nei quali sono rimasti per altri 10 mesi. La Reserva 2006 fa dunque parte del primo lotto di invecchiamento, e il tempo sembra aver fatto riemergere dal passato l’imprinting storico di questa birra: quello della “caramellosità”. Processo, penso, in parte ricercato, in parte naturale, dovuto al fisiologico decadimento della componente amaricante della birra stessa: sei anni in bottiglia non potevano portare che a questo. Una bevuta “particolare”, quella della Reserva: mi aspettavo qualcosa di molto simile ad un barley wine, ma nel bicchiere (e in bocca) mi sono ritrovato invece una strong ale ancora ben caratterizzata, non eccessivamente arrotondata nei malti, dal bel tenore legnoso, con una schiuma ancora vivace (ma, ovviamente, non persistente), una frizzantezza ancora ben disegnata e la componente zuccherina ben marcata. Le spezie usate al momento del brassaggio (coriandolo, timo, cannella, buccia d’arancia dolce)  si limitano solo a farsi intuire, mentre il calore dell’alcol (10% abv) è sorprendentemente “risciacquato” da una corsa insapettatamente watery. Birra che rotola in bocca abbastanza velocemente, con un finale, quello sì, decisamente “appiccicoso” di zucchero (di canna). Mi è venuto in mente dopo (e quindi troppo tardi): sarebbe stato interessante sottoporla alla stessa “procedura”di caramellizzazione alla quale le donne di De Panne sottoponevano la birra-madre della Pannepot. Sono quasi convinto, a posteriori, che l’effetto finale sarebbe stato davvero curioso.

 

5 Responses to “Pannepot Reserva 2006”

  1. Michele

    Pur avendo condotto in passato alcune ricerche in tal senso, non sono mai riuscito a capire se effettivamente la Pannepeut si distinguesse dall’ottima Pannepot per il fatto di essere destinata al mercato danese, oltre che per essere brassata con l’utilizzo delle spezie.
    Sarei anche curioso di sapere se la birra continua ad essere prodotta in entrambe le versioni.
    Alberto, ne sai qualcosa?

  2. Alberto Laschi

    A quanto dice la “bibbia” (Ratebeer), Pannepeut (o Pannepot old monk’s ale come si chiama ora, http://www.ratebeer.com/beer/struise-pannepot–old-monks-ale–pannepeut/65376/) e Pannepot classica (http://www.ratebeer.com/beer/struise-pannepot/37835/) entrambe stabilmente in produzione. Sulla possibile differnza nella speziatura fra le due non ci scommetterei più di tanto: i birrai belgi in quanto a “sincerità” produttiva, non sono proprio il massimo …..

  3. Michele

    Per me la vera Bibbia resta questo blog 🙂 !
    Grazie.

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