Captain Lawrence

Scott Vaccaro and his family, si potrebbe dire: andando a sbirciare fra le schede dei componenti dello staff della Captain Lawrence Brewing di Elmsford (NY) ci si imbatte nelle foto di quattro membri della famiglia Vaccaro, tutti e quattro nelle “posizioni che contano” all’interno della brewery. A cominciare da Scott, proprietario e head brewer di questo apprezzato birrificio artigianale americano, che ha aperto il proprio polo produttivo e un brewpub nel quale “smercia” le proprie birre nella piccola cittadina (4.700 abitanti circa) di Elmsford, nella zona della Westchester County, nello stato di New York (a 27 miglia di distanza dalla Grande Mela). La (breve) storia di questo birrificio, aperto nel 2006 e ampliato nel 2011, fa molto “America”: homebrewer fin dall’adolescenza, Scott passa alcuni anni a cavallo del periodo universitario un po’ in giro, attratto dal mondo produttivo artigianale della birra. Attrazione che progressivamente trasforma in formazione e conoscenza, visto che alla fine si laurea prima alla Villanova University in scienze  contabili e poi alla University of California di Davis in Scienze della Fermentazione.  Passa un po’ di mesi in Inghilterra, presso la Adnams Brewery, dove fa una specie di stage, e dopo la laurea lavora per alcuni mesi anche da Sierra Nevada, in America, dove fa definitivamente ritorno. Dopo Sierra Nevda, Scott ricomincia a girare ancora un po’, fermandosi, per un breve periodo di tempo a Danbury, nel Connecticut, dove inizia a lavorare presso la Colorado Brewery di Mike Kondradt, la cui prematura morte pone fine anche a quesdta esperienza lavorativa. Ma i tempi ormai sono maturi, e Scott, alla luce delle varie esperienze fatte, decide di fare il grande passo, aprendo, nel 2006, nel giorno del Superbowl di quell’anno, il proprio birrificio in questa cittadina satellite di New York. La chiama con il nome di un capitano della Milizia Wetschester County che combattè e morì durante la Rivoluzione Americana, Samuel Lawrence (1733-1796), in ricordo della strada omonima nella quale si trovava la casa nella quale Scott ha passato la propria infanzia a South Salem, sempre nello stato di New York. In sei anni di attività la brewery di Elmsford ha notevolmente ampliato la proparia capacità produttiva e il proprio portfoliobirrario, apprezzato anche dagli “esperti”; ne sono testimonianza, ad esempio le tre medaglie (1 oro, 1 argento e 1 bronzo) che le birre di Scott hanno visto nell’ultima edizione del GABF di Denver. Produzione che attualmente prevede 6 birre brassate stabilmente, 3 birre stagionali e tutta una serie di speciality beers che stanno progressivamente rimpinguando il profilo di questo birrificio su ratebeer, che conta ormai una cinquantina di birre (fra quelle ancora in produzione e quelle prodotte e poi ritirate). La mano produttiva iniziale era quella belga, alla quale Scott si è da sempre ispirato; progressivamente sono arrivate anche altre birre in altri stili birrari (kolsch, smoked, ipa ed imperial ipa), con un’accellerazione, negli ultimi tempi, nell’uso sistematico della botte e dei prolungati invecchiamenti,  e nelle produzioni “contaminate” dal Bretta

Ho cominciato a conoscere questo birrificio attraverso la sua birra più “americana”, forse, la Captain’s Reserve Imperial Ipa, una tosta double ipa da 8% abv che gli 80 IBU dichiarati (e reali) non permettono di affrontare con spensieratezza. Una birra quasi “ingenua” nella sua impostazione (e anche nel suo esito finale): come se Scott, letto il manuale degli stili birrari, avesse solo e soltanto applicato alla lettera il “comandamento assoluto” relativo a questa tipologia birraria: luppolo, luppolo, luppolo, luppolo. E’ andato nel caveau dei luppoli, dal quale ha pescato columbus, chinook e cascade, che ha poi usato con scarsissima moderazione, prendendo una quantità di Domestic Pale Malt, English Pale Malt e English Crystal Malt al minimo sindacale, solo per creare un simulacro di impalcatura alla quale i luppoli si potessero “attaccare”. Il risultato finale è una birra “ignorante”, aggressiva e anche (realativamente) arrogante, nella quale un luppolo erbaceo ed esacerbato fa terra bruciata fin da quando l’avvicini al naso per cominciare ad esplorarla. Non molta varianza olfattiva, con solo minimali differenziazioni legate ai tre diversi luppoli usati, un’amarezza assolutamente non mediata in bocca, dove la birra impegna fino alla fine testa e palato in una lotta all’ultima … papilla nel tentativo di riuscire a domarla (e a degustarla). Terminato l’assalto alla baionetta resta comunque un ricordo abbastanza buono di questa birra, la cui parte migliore  è proprio la fase finale della bevuta, che si rivela più accomodante ed equilibrata di tutte le altre. Una birra “scolastica” direi, forse anche volutamente “scolastica”, che Scott ha voluto brassare in onore all’ingegno e alla creatività dei birrrai artigianali americani; una tipologia birraria che è diventata l’imprescindibile biglietto da visita di ogni birrificio americano che si rispetti e che non poteva quindi mancare nel portfolio di Captain Lawrence. Fossi in lui, però, starei attento a spingere così tanto “l’amaritudine” di questa birra così vicino al limite del sovraccarico e/o della saturazione amaricante: si corre il rischio, infatti, dell’effetto-sdegno

 

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