Cosa mi sono bevuto in queste feste (1 di 3)

Non male, il “conto” finale delle birre che mi sono bevuto durante queste, feste, non soltanto nella quantità, ma anche nella qualità di ciò che è “passato” nel mio bicchiere (ad eccezione di una inutilissima wheat ale di Southern Tier e di una difficilmente spiegabile Open Reserva di Baladin). Niente di estremo, tutto o quasi “corrispondente” alle aspettaive che mi avevano spinto, a suo tempo, a prendere ciascuna delle birre che poi mi sono bevuto. Non è che capita sempre, bisogna dirlo, e quando questo capita, è sempre un piacere. Il tutto, ripartito in tre post, quelli con i quali si ricomincia l’anno (degustativo).

Cominciamo col Belgio e più specificamente con la Millevertus Douce Vertus Biere de Noel, una belgian ale da 7% abv ,la versione natalizia della Douce Vertusgiudicata quest’anno la miglior bière brune belga brassata in Vallonia. Una bella  Millevertus Brew - La Douce Vertusambrata, brassata con quattro titpi di malto e quattro luppoli diversi (un paio dei quali, almeno, ammerigani), che bene si inserisce nel constesto della produzione di questa piccola ma già conosciutissima brouwerij belga, aperta nel 2004 e che negli ultimi anni ha incrementato notevolmente la propria produzione (che è passata dai 10.000 lt iniziali ai quasi 40.000 degli ultimi tempi), destinata quasi per la metà alla esportazione. Una birra che si fa bere volentieri, nella quale i malti recitano il ruolo di protagonisti e i luppoli assolvono bene alla funzione di “ripulitura” e riequilibratura dell’insieme. Curiosa la nota parzialmente affumicata che si coglie all’inizio della bevuta, nota che scompare abbastanza rapidamente e che viene soppiantata da una caratterizzazione comunque ruvida e relativamente poco speziata. Decisamente amarognolo il finale, che si distingue per complessità e personalità (luppolosa).

Era “ovvio” che non ci fosse, ma ci sono comunque andato a vedere: nella Brewers Association Beer Style Guidelines del 2011 (una sorta di Bibbia delle tipologie birrarie) la categoria Tripel Bock non esiste. Dalle Heller Bock/Maybock si passa alle Doppelbock per poi “saltare” conclusivamente alle Eisbock. Mikkeller, l’autore della Frelser, la trippel bock oggetto del contendere, non è comunque l’unico ad averla pensata e, poi, ad averla fatta, una trippel bock (che poi, alla fine, sarebbe l’estremizzazione del concetto di doppelbock). Googolando un po’, infatti, mi sono imbattuto  nella Samuel Adams Triple Bock (ritirata nel 1997), nella Sled Dog Trippel Bock della Wagner Valley Brewery, nella lituana Rinkuškiai Before-After Triple Bock, nell’alcolicissima Iron Hill Triple Bock, anch’essa ritirata, e nella collaboration beer Menno Oliver/Alex

la nuova label della Frelser, a sinistra, accanto a quella "classica"
la nuova label della Frelser, a sinistra, accanto a quella “classica”

Liberati, la De Molen / Revelation Cat Triple Hop Bock, non più in produzione. Stile birrario quindi “esistente”, ma poco frequentato: te pareva che Mikkeller non ci si fosse buttato a capofitto, praticandolo con regolare frequenza tramite questa alcolicissma trippel bock, brassata, come tantissime altre sue birre, dalla pregiata ditta De Proef. Frelser, ovvero Salvatore in danese: nome scelto non a caso, visto che per questa birra Mikkel si è ispirato direttamente alla Salvator di Paulaner, la madre di tutte le bock. L’ha presa, la Salvator, e l’ha moltiplicata per …. una quantità di malti improponibile per tutti, ma non per Mikkel. Ne è venuto fuori un birrone da 11% abv, massiccio, muscolare, ma non una mappazza imbevibile. Oddio, una 0,75 da soli è ovviamente improponibile, ma bevuta con calma, in tre, si è rivelta birra non priva di senso. Ti chiedi, nel berla, se davvero la puoi classificare come una bassa fermentazione, ma poi, bevendola, te ne preoccupi sempre di meno. Ti piace, va giù calda e avvolgente, quasi “solida”, ricca di zuccheri e di un’alcolicità quasi balsamica, dopo averti riempito il naso di frutta secca (datteri, uvetta), lievito, malto caramellato, frutta dalla polpa bianca. Ti aveva già colpito per l’enorme cappello di schiuma pannosa, stolidamente persistente e corposamente protettivo, si è poi confermata in grazia per il suo pur consistente equilibrio generale, finisce di convincerti per il finale spiazzantemente asciutto e relativamente corto. Che ci voleva, per non andare in overdose di zuccheri e per concluder degnamente un’ottima bevuta. Tanta, ma non troppa.

La San Niccolò 2012 dell’Amiata l’avevo già intravista al Salone del Gusto dello scorso ottobre, intravista e subito piaciuta, pur nella sua ancora relativa giovinezza. Mi è capitato, durante queste feste appena trascorse, di poterla riassaggiare con più calma, nella sua versione in bottiglia, arrivata a casa mia non ricordo più per quali strade traverse. Nuovo assaggio, ma medesimo amiata-san-niccològiudizio: la natalizia di quest’anno dell’ Amiata è davvero una birra fatta e fatta bene, una imperial coffe stout con tutti i crismi e con pochi rivali in Italia. Perfetta la centratura della ricetta, che ha scansato alla grande i due pericoli nei quali si può incorrere nell’affrontare questa tipologia birraria: l’ effetto cioccolatino e l’effetto liquore al caffè. La San Niccolò è birra, nella quale il caffè (una miscela equamente ripartita fra il San Luis proveniente da El Salvador  e il Raigode indonesiano) recita la parte del protagonista, un protagonista che però non monopolizza la scena, ma si integra alla perfezione con i malti (pale, munich, caramunich, biscuit, special, wheat, chocolate, roasted, crystal, Alfa III) aggiunti in progressione durante il brassaggio. Nessun effetto cioccolatoso, nessuna deriva alcolicamente caffettosa, ma un mix di sensazioni tostato-torrefatto-cioccolatose ripulite ed essenzializzate da una bel panel luppolato (Nugget, East Kent Golding, Willamette), che fa la voce grossa, in sottofondo. 8,8% l’abv, per questa birra davvero equilibrata, godibilissima nella sua piena rotondità, apprezzabilissima per la sua corsa senza strappi, durante la quale regala un bello spettro di sensazioni affumicate e bruciate, senza mai trascendere. Era molto buona, quando l’ho assaggiata, la Southern Tier Jah*va, ma anche questa imperial coffe stout de noantri non è davvero male, frutto pregiato della proficua collaborazione fra i due birrai di Arcidosso e gli esperti de Le Piantagioni del Caffè di Livorno che hanno studiato (e poi fornito) il giusto mix di caffè da impiegare per questa ottima birra, perfetta per accompagnare dolci al cucchiaio.

 

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