Cosa mi sono bevuto in queste feste (2 di 3)

Seconda puntata dedicata alle bevute natalizie: si ricomincia con il Belgio. Non è una classica birra di natale, ma, visto l’austerità e l’importanza del nome/tipologia, ho aspettato, per berla, proprio le feste di naltale: una gran cru è sempre una gran cru, e le va riservato il rispetto che si merita una tale denominazione d’origine. E’ la St. Feuillien Gran Cru, una delle ultime nate in casa  st feuillien grandcruFriart, che ha rimesso a nuovo anche le labels delle proprie birre classiche. Brassata per la prima volta a fine 2009, la Gran Cru è entrata a far parte stabilmente del portfolio birrario della brouwerij di Le Roeulx, ed ha bissato il successo, quest’anno, al World Beer Awards di Londra, della Saison (che nel 2009 e nel 2010 è stata proclamata migliore saison al mondo), dove è stata insignita del titolo di miglior Europe’s Best Belgian Style Strong Pale Beer (mentre all’ European Beer Stars, nel 2011, aveva ricevuto la medaglia d’oro nella categoria Belgian Style Strong Ale). Birra pluripremiata, quindi, birra di rango a tutti gli effetti, una biondona robusta e rotonda di 9,5% abv, abboccata ma non stucchevole, sia all’aroma che al gusto, con una manciata di luppolo nobile che le assesta la sterzata amaricante necessaria e che la mancanza di spezie rende essenzialmente austera. Regala sensazioni “tranquille” e appaganti, con tanta frutta dalla polpa bianca e una corsa lunga e senza inutili strappi. L’elogio della tradizione.

Dal Belgio all’Italia, e più precisamente alla Toscana: Birra Amiata, con la sua Caronte. Non una christmas beer (della loro “vera” christmas beer, la San Niccolò, ne ho parlato giusto ieri) , visto che è, nei fatti, una porter, ma che nel tranquillo amiata carontepomeriggio natatalizio ha accompagnato a dovere uno splendido cheese cake made in cucina di casa mia. Sorella minore di quella, la Caronte assolve degnamente al compito di accompagnare un dolce che necessitava di una pulizia amaricante (ma non di luppolo) per essere apprezzato fino in fondo. 10 tipi di malti e luppoli inglesi per questa delicata e allo stesso tempo decisa porter da 5,5% abv, nera come lo stile richiede, alla quale l’aggiunta di caffè e di radici di ginseng conferiscono tonicità ed energia. Ricca la schiuma, curiosamente pizzichino l’aroma, caffè e cioccolato al gusto, il finale asciutto e pulito: una bella carta d’identià, senza dubbio, per questa portersolo relativamente classica.

Rimanendo fra le produzioni nostrane, ho riassaggiato, a distanza di tre anni la St. Renna di Bruton, una birra speciale, dal colo mogano  e robusta (9% l’abv) , che trae la propria ispirazione dalla tradizione belga delle christmas beers. Prodotta con miele, cannella, ginger, vaniglia e buccia d’arancia, malti d’orzo, caramello e di bruton St. Rennafrumento e monoluppolata (come nella migliore tradizione di Bruton) con il Northern Brewer. Il buon ricordo che avevo conservato ha ritrovato la sua ragion d’essere in questo nuovo assaggio, sostanziato di calore e robustezza, di complessità ed alcolicità. Una birra corposa fin dall’aroma, pieno zeppo di vaniglia, caramello, cannella, zenzero, frutta candita e miele, che conferisce, quest’ultimo, calore e una delicata asprezza. Buona corrispondenza fra naso e palato, al quale si ripresentano in bella sequenza tutte le sensazioni già avvertite al naso: in bocca regala una forte sensazione di calore, il miele dura a lungo, e il ricordo del malto la rende molto ben adatta a serate fredde e a dolci speziati.

Si risale l’Europa e si arriva fino in Norvegia, con la Nøgne Ø #100, quella birra che da “eccezione” è diventata poi la “regola”. E’ stata brassata (quasi per gioco) per la prima volta la bellezza di otto anni fa (fine novembre 2004), per celebrare la cotta n° Nøgne-Ø No.100.preview100 del birrificio di Grimstad: doveva essere una single batch, ma poi, visto che era venuta “proprio buona”, è diventata birra che si trova regolarmente nel protfolio birrario di Nøgne Ø. E’ birra che ha tanto alcol (10% abv) e tanto luppolo (80 gli IBU), e un (piccolo) problema: non è facile attrribuirle uno “stile”. Sulla label originaria i norvegesi la presentanvano come una barley wine style-ale; ratebeer la classifica come una barley wine tout court, beeradvocate come una american barley wine, quelli di Nogne la descrivono adesso come una malty, yet light bodied ale has a massive hop bitterness, che autorizza qualcuno a parlarne come di una DIPA. A me, per quanto può servire, sembra più spostata sul versante delle barley wine made in USA, più che su quello di un‘ipa estremizzata, anche se devo dire che l’IBU dichiarato (e fisicamente avvertito) è davvero consistente e non troppo facilmente coniugabile con il concetto di barley wine. Lambiccamenti a parte, la #100 è davvero una signora birra, “strana” quanto basta per incuriosirti, robusta quanto deve per avvinghiarti. Maris Otter, frumento, malto e cioccolato compongono la batteria dei malti; Columbus, Chinook e Centennial quella dei luppoli, il lievito è inglese, nogne o # 100l’acqua è quella magica di Grimstad. Il mix che ne viene fuori è complesso e completo: scura di un color mogano abbastanza opalescente, tanto caramello, frutta rossa astringente, un sentore vinoso che non ti aspetti (così) al naso, mentre in bocca si fa posto con decisione, dispensando una luppolatura erbacea e resinosa che contrasta giocosamente la forte struttura maltata. E’ stranamente asprigna (per essere una barlaey wine) e insolitamente rotonda di malto caramellato (per essere una DIPA), ma rivela la mano ferma e sicura che (quasi) sempre si rintraccia nei prodotti di Nøgne Ø. Mai estremi, mai esaperati, mai eccessivi: particolari, si, a volte, come questa #100 che, per un po’, mi ha fatto ritornare alla mente il gruyt .

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