Cosa mi sono bevuto in queste feste (3 di 3)

Terza ed ultima parte delle bevute natalizie, fra le quali non potevano mancare un paio di birre appartenenti alla famiglia delle birre acide. E così mi sono “concesso” un ri-assaggio dopo un sacco di tempo della De Ranke Kriek e ho stappato una Boon Kriek 2008 che dkriek de rankea tanto soggiornava in cantina. Ciliegie per due, quindi, per un lambic puro come quello di Boon e per una birra più articolata, quella di De Ranke, che lambic, a stretto giro di manuali, non si può proprio definire. Nino Bacelle, per la  sua Kriek, si è ispirato alla famosa, ancorchè defunta, Kriekenbier Oud di Crombè, birrificio di Zottegems, che ha ceduto definitivamente la produzione delle proprie storiche birre a Strubbe nel 2011. Per brassarla miscela due sue birre bionde fatte “appositamente” inacidire e il 25%  di lambic di Girardin, facendo affinare il tutto per sei mesi in botte con l’aggiunta di ciliegie rosse della Polonia. Il risultato è, tecnicamente, una belgian sour ale da 7% abv, nella quale le ciliegie lasciano il loro bell’imprinting su di una base moderatamente acida e già strutturalmente asprigna. Il paio di anni di cantina le ha conferito un carattere ancor più da … cantina, appunto, modellandone ulteriormente il profilo, che si rivela moderatamente ruvido e, forse proprio per questo, decisamente accattivante. Nessuna sensazione “dolciona”, le ciliegie regalano piùkriek-boon-75cl asprezza che rotondità, la frizzantezza decisa ripulisce a dovere lingua e palato dopo ogni sorso. Una bella birra, di personalità, che fa degnamente il paio con la Cuvée De Ranke, altra birra che Nino brassa blendando birra “normale” e lambic (sempre di Giradin). Asprigna la prima, molto più rotonda e piaciona la seconda; “maschia” la prima, molto più “femmina” la seconda. Non so perchè, ma dalla Kriek di Boon non mi aspettavo quella botta zuccherosa che poi invece è arrivata. Tanta ciliegia sciropposa che, se non fosse ovviamente un’eresia, mi ha ricordato più lo sciroppo che il frutto. Eresia, dicevo, perchè Frank Boon garantisce assolutamente che usa solo ciliegie reali (unite al lambic): nelle sue birre non c’è posto per coloranti o altri aromi artificiali. Ovviamente mi fido, ma resta comunque l’impressione primigenia: non è aspra, non è asciutta, c’è pochissima pulizia nella bevuta, che risulta relativamente appesantita, facendoti restare in bocca un sapore denso e quasi gommoso di ciliegia super matura e appicciosa. Di ciliegie ce ne mette tante nel suo lambic di 6 mesi (200 gr. ogni litro); visto l’effetto finale che (mi) fa, forse sarebbe meglio stare un po’ più … leggeri.

Dall’Olanda (mi) è arrivata anche (in una cassa di altre 20) la De Molen Tasrina Esra Imperial Porter. I numeri sulla label: OG 1108, FG 1026; 11% abv, 93,5 IBU, 25 anni la sua shell life. Numeri impressionanti per qualsiasi birra, penso, ancor di più se questi numeri sono riferiti ad una birra esperessione di uno stile birrario, quello delle porter, solitamente non così “aggressivo”. Ma dalle parti di Bodegraven spesso si usa rafforzare il concetto (birrario) infilando l’aggettivo imperial nel nome della birra, comportandosi de molen Tsarina-Esra-Front(produttivamente parlando) in seguito in maniera direttamente proporzionale a tale inserto linguisitco. Menno lo ha fatto con la Tsarina Esra, la versione “forte” di una porter già rafforzata, perchè scelta nella sua variante baltic, come quelle che nel XVIII secolo si producevano in Lituania, Finlandia, Estonia, Lettonia, Polonia e Russia, le porter che piacevano alla corte imperiale di San Pietroburgo. Una porter, la Tsarina che Menno ha sterzato da par suo, snellendola elegantemente (come lui sa fare, quando vuole) con una carica luppolata (fornita copiosamente nella sua ultima versione dallo sladek e dal premiant in dry hop) che ben ammortizza la botta alcolico-maltata che i malti pils, munich, chocolate, frumento e cara forniscono con poco ritegno. Tutto questo fa della Tsarina non un caffè freddo luppolato, algido nella sua pur non trascurabile consistenza, ma una birra armonica, arricchita da sensazioni calde e morbide di malto torreffato, di caffè non bruciato, di cioccolata poco amara; una birra resa ariosa e frescheggiante da una luppolatura mai azzardata nè stravolgente, sufficientemente ruvida e elegantemente defatigante. Strabiliante il finale, che ti aspetteresti amaramente caffettoso e che si rivela, invece, superbamente libero da qualsiasi surplus di torrefazione ed equilibratamente ricco di note fresche e frescheggianti di luppolo aromatico. Perfetta, davvero, nella sua sorprendente bevibilità.

La Navidad è la birra sulla quale Pausa Cafè “punta” per le feste natailizie. Lo si capisce da subito, quando la vedi nel suo elegantissimo packaging con la label che avvolge la bottiglia in una accattivante spirale e la ceralacca sul colletto della bottiglia chenavidad tiene ferma la necessaria descrizione su cartoncino della birra; lo si intuisce leggendone gli “ingredienti” speciali, che, secondo prassi ormai consolidata della filosofia produttiva di Pausa Cafè, vengono dai quattro angoli del mondo. Una birra speciale, ispirata alle speziate belgian ale che fanno tanto Natale, nella quale melograno, cedro candito, uva sultanina e una rarissima
spezia di Ceylon compongono la parte “estrosa” di questa solida birra. Ha un bel colore ramato, decisamente opalescente, e la schiuma che la protegge regala fin da subito il bouquet intrigantemente speziato voluto (penso) all’origine. Non è birra semplice, ma non è nemmeno scostante o troppo “spinta”. E’ birra che gioca tanto sull’allternanza delle sensazioni fruttate delicatamente asprigne e la speziatura decisa e un po’ spiazzante, che si compentera abbastanza equilibratamente con la forte struttura maltata. E’ calda di alcol (8% l’abv), quasi per niente amaricante, dalla carbonazione mai estrema, con un un finale lungo e articolato, nel quale la parte del leone la recitano il melograno e il cedro, con l’accento astringente che loro compete. Non da bere a secchiate, ma da bere davvero volentieri.

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